
Ci sono due modi di terminare una guerra: vincerla, o trattare. Se si sceglie di trattare, non andrebbe utilizzato lo strumento della “resa”, ma possono costituirsi degli accordi diplomatici che possano appiattire la controversia in atto. Sulle due principali guerre che i giornali seguono ormai costantemente, quella alle porte dell’Europa e quella che infiamma il medio oriente, la comunicazione è offerta all’opinione pubblica su due piani diversi.
Ci sono le guerre di “serie A”, per le quali le responsabilità sono precise e chiare. Non si batte ciglio, né si discute sui colpevoli. C’è un aggressore e un aggredito. Niente dubbi su chi sia cosa. L’opinione pubblica dovrà parteggiare per l’una o l’altra parte. Vietato parlare di pace, perché verrebbe scambiata per resa. Vietato parlare di accordi, perché gli accordi “non si possono svolgere”. Ci sono due fazioni, e il dibattito pubblico divide brutalmente le opinioni e si polarizza. Le vittime, anche solo una, diventano strumento di sensibilità mediatica.
Ci sono le guerre di “serie B”, che sono uguali alle precedenti. C’è solo una differenza: qui i civili contano un po’ meno. Così Trump, appena insediato, sembra già aver gettato la spugna sulla pace. Oppure sembra averla seguita alla lettera, la sua idea. Quella che vedrebbe un favoreggiamento eccessivo ed una copertura internazionale per gli alleati, sempre e solo ai danni di civili inermi. Così il nuovo presidente americano Trump parla di “ripulire Gaza”, considerando al tempo stesso la stessa striscia come un territorio di utilità economica. “È una bella zona, una bella posizione. Si possono fare molte cose lì” – commenta sulla situazione della striscia.
È agghiacciante sentire un discorso di tale portata, dove ad emergere non sono gli oltre 47.000 morti civili della striscia, ma l’utilità economica di un territorio che dal punto di vista politico e internazionale non è di competenza statunitense. L’idea di Trump? Trasferire tutti i palestinesi in Egitto e Giordania, perché possano avere un ambiente più sicuro e confortevole. Subito gli esponenti più estremi del governo Netanyahu, che altro non attendevano se non la pulizia di Gaza, esultano.
Così anche la stessa risoluzione Onu 181, che aveva spartito – se pur in porzioni diseguali – i territori, con Gaza e la striscia che appartiene alla Palestina, verrebbe anch’essa calpestata. Così anche il disegno di un Israele più grande prenderebbe forma, con una piena occupazione di un territorio ormai distrutto. Ai limiti del diritto internazionale, sotto dettatura del Presidente della prima potenza mondiale, che ha in tal modo dimostrato la ormai palese inutilità di queste regolamentazioni tra Stati. Con la CPI (Corte Penale internazionale) che vale a intermittenza e solo per i nemici.
Così infatti due massacri di civili sono trattati e puniti diversamente. In tal modo le immagini dei villaggi e delle città ucraine distrutte rimbalzeranno sempre, anche e sopratutto rafforzate dal mandato di arresto internazionale per Vladimir Putin, condiviso da tutti. Per Netanyahu discorso diverso, dato che nonostante gli oltre 47.000 civili inermi massacrati e un analogo mandato di arresto, l’opinione pubblica si muove diversamente.
La popolazione di Gaza non ha alcun potere sovrano: per “garantire la sicurezza” potrà essere trasferita in Egitto o Giordania, mentre della striscia si potrà disporre a piacimento. Non è la prima volta che si gioca con le occupazioni abusive da parte di Israele. Così la tradizione proseguirà, folkoristicamente in violazione al principio di autodeterminazione dei popoli.
Immagine: generata con AI







