
Milarepa, Marpa e il cuore del perdono
La montagna non è solo un luogo. È una condizione. È lì che la pelle si assottiglia, che il silenzio canta, che il tempo non si dissolve ma si approfondisce. Milarepa, il santo del Tibet, vestito d’ortiche, seduto nella neve che pareva ascoltarlo, parlava a se stesso e al cielo. Nessun vangelo aveva inizio in quel gelo, ma ogni passo della sua vita fu vangelo incarnato, tra il dolore del karma e il profumo aspro della liberazione. Come Francesco, il poverello d’Assisi, anche Milarepa venne da un prima sporco di sangue e vendetta. Francesco disertò una guerra, Milarepa la vinse con la magia nera, se così possiamo chiamare quel potere che uccide con un gesto mentale. Entrambi ebbero un prima da dimenticare e un dopo da attraversare come si attraversa una notte senza luna. E fu proprio in quella notte che apparve la luce.
Marpa il Trasformatore
L’incontro tra Milarepa e Marpa è simile a quello tra Pietro e il Cristo: un uomo grezzo, ferito, che ama ma non sa come. Milarepa supplica, Marpa tace. Milarepa si umilia, Marpa lo umilia di più. Gli ordina di costruire torri, poi di distruggerle, poi di ricominciare. Una crudeltà apparente, simile a quella dei maestri zen che colpiscono con un bastone per svegliare l’allievo nel mezzo del sogno.
“Perché mi tratti così, Lama?”
“Perché tu non sei venuto a cercare insegnamenti, ma redenzione. E la redenzione, figlio mio, costa la pelle.“
In quel dialogo che si fingeva monologo, Marpa incarnava la compassione feroce del risveglio. Milarepa aveva da espiare non solo le morti provocate, ma l’idea stessa che si potesse saltare la sofferenza senza attraversarla.
Il film di Liliana Cavani: un’eco nel presente
Nel suo Milarepa (1974), Liliana Cavani osa ciò che pochi registi hanno il coraggio di tentare: far dialogare il sacro con il contemporaneo. Lo fa usando una struttura narrativa circolare, dove il presente si specchia nel passato, e viceversa. Leo, il giovane studioso, è Milarepa, e Marpa è il professore. È come dire che il cammino non è mai solo storico, ma eternamente attuale: il risveglio ci chiama ora, in ogni auto ribaltata, in ogni strada deserta, in ogni amore fallito.La fotografia fredda, i paesaggi abruzzesi che imitano le cime tibetane, e la recitazione rarefatta rendono il film un koan visivo. Non importa capire tutto: importa lasciarsi toccare da quel lento incastro tra colpa e perdono, tra passione e distacco. La Cavani, come Marpa, non ci consola: ci invita a scavare.
Francesco, Maddalena e l’apertura del cuore
Francesco si spogliò di tutto. Milarepa si spogliò del sé. Maddalena si spogliò dello sguardo altrui. Nessuno fu escluso. Nessuno. La Grazia Divina non conosce selezioni. Gesù Cristo la sussurrò alla donna accusata di adulterio: “Va’, e non peccare più“. Ma non le disse*”non peccare più, poi va’“. L’ordine era chiaro: prima la libertà e il perdono, poi la responsabilità che commistionate realizzano l’essere e l’esistere pienamente. Così i Buddha, così gli illuminati. La compassione è come l’acqua: scende ovunque, anche dove la terra è arida, anche dove l’uomo è morto mille volte. Milarepa è testimone di questa verità: un assassino può diventare santo. Un vendicatore può diventare cantore del vuoto.
Ciò che non si dissero
Marpa fissava il giovane dagli occhi scavati.
Marpa: “Perché vuoi diventare un Buddha, Milarepa?
Milarepa:“Perché ho visto l’inferno, e vorrei spegnerlo negli altri.”
Marpa: “Allora non basta meditare. Devi morire e rinascere mille volte, qui, ora, finché non resta che silenzio.”
Milarepa:“E se non ce la farò in questa vita?”
Marpa: “Ci vorranno cento vite. O mille. Ma se dici sì, accade già.”
Il sì che ci salva
La santità non è un club per puri. È un campo aperto, un sentiero che richiede solo un sì. Ma quel sì deve essere vero, ripetuto ogni giorno, ogni caduta, ogni abbandono. È un sì che gronda sangue, che ha il sapore dell’ortica e il gelo della solitudine. Eppure, è quel sì che fa brillare la Grazia. Che la permette. Che la invita.Alla fine del Samsara, ci illumineremo tutti. Sì, tutti. Non perché siamo degni, ma perché siamo amati. Non perché lo meritiamo, ma perché lo vogliamo. Perché dentro ognuno, anche nel più oscuro, arde un desiderio: tornare a casa. E Milarepa, cantando tra le nevi, ci ricorda che quella casa esiste, e che la porta, da sempre, è aperta.
Egidio Francesco Cipriano
Foto di Stefan Schweihofer da Pixabay









