
La fisica quantistica di mio cugino
Era un sabato pomeriggio, di quelli in cui la luce si piega gentile sulle tende bianche della sala, e il silenzio prima dell’inizio assomiglia più a un respiro collettivo che a un’assenza di suoni. Il seminario era intitolato “Narcisismo e relazioni tossiche: come riconoscerle, come uscirne”. La platea, come spesso accade, era composta da psicologi, operatori del benessere, counselor, insegnanti, e una buona parte di pubblico curioso, attento, desideroso di comprendere le dinamiche invisibili che tengono insieme — o distruggono — i legami umani.
Avevo appena terminato di raccontare un caso clinico: una donna impigliata in una relazione con un uomo affettivamente inaccessibile, gelido, intermittente come una stella morente. Parlavo dell’illusione dell’amore salvifico, della trappola narcisistica che alimenta l’attesa, e della necessità di tornare alla realtà del corpo, dei bisogni autentici, dei confini. Quando, dalla seconda fila, una donna con lunghi capelli corvini e un tono di voce assertivo, ma venato di entusiasmo mistico, prese la parola:
— «Io penso che tutto questo sia spiegabile con la teoria dell’entanglement. Le fiamme gemelle, sa, sono unite da un legame quantico. Lo stesso che Dirac descriveva. Due anime spezzate, che vibrano all’unisono anche a distanza…»
Sorrisi, come si sorride di fronte a una poesia. Ma non stavamo parlando di poesia. Stavamo parlando di psicologia. Di fragilità. Di esseri umani che si aggrappano a ciò che trovano pur di non precipitare. E quando si lavora con l’umano, le parole sono strumenti chirurgici, non ghirlande decorative.
— «Che bello evocare la fisica quantistica, davvero affascinante,» dissi. «Solo una curiosità: mi saprebbe dire, in due parole, cos’è l’entanglement dal punto di vista scientifico?»
Lei deglutì. Poi citò qualche frase sentita — probabilmente in un video su YouTube — su “particelle che comunicano a distanza”, “sincronicità quantiche” e “frequenze”. Sorrisi ancora, più dolcemente.
— «E l’equazione di Dirac? Si ricorda la forma? O, se preferisce, proviamo con qualcosa di più familiare. Le leggi del moto di Newton? Il principio di conservazione dell’energia? Qualcosa del suo biennio delle superiori, insomma.»
Il silenzio che seguì fu denso, opaco. La sala guardava, non per giudicare, ma per capire. Lei tentò di sviare: «Ma l’universo è vibrazione, e noi siamo energia, tutto questo va oltre la fisica classica…»
Fu lì che decisi di non affondare. Non era un duello. Era un’occasione.
— «Ha perfettamente ragione. Le asserzioni della fisica quantistica sono vere, rigorose, profondamente affascinanti. E ci parlano di una realtà che sfida il nostro senso comune. Ma proprio per questo non possono essere banalizzate. Vanno comprese, studiate, onorate. Non usate come metafore vaghe per fuggire dal qui e ora. Perché troppe volte il richiamo all’entanglement diventa una scorciatoia per non guardare in faccia la concretezza del dolore, la responsabilità delle scelte, la fatica della crescita.»
— «Ha mai pensato che prima di andare oltre la fisica classica, potremmo almeno conoscerla? È come voler parlare in versi senza sapere leggere. Prima impariamo a camminare, poi potremo danzare con l’universo. E quando lavoriamo con persone fragili, ferite, disorientate, abbiamo una responsabilità grande: non alimentare i loro miti, ma aiutarli a ritrovare la realtà. Perché la realtà, se ben guardata, è già miracolo.»
Lei si alzò, amara. Disse qualcosa sul non sentirsi accolta, poi uscì. Le sue fiamme gemelle si spensero con un colpo di tacco. Un paio di risatine soffocate. Io chiusi l’inciso con una battuta leggera, che avrei evitato col senno di poi: «Ebbene sì, ogni tanto, anche le fiamme gemelle si spengono…»
Poi tornai serio.
La verità è che, oggi, molte persone cercano risposte nei luoghi più affascinanti e misteriosi, non sempre per cercare la verità, ma per riempire il vuoto. E va bene così, se non ci fossero in gioco altre persone. Ma quando ci si propone come guida, terapeuta, counselor, operatore del benessere, la conoscenza diventa un dovere etico.
Parlare di entanglement senza conoscere l’energia cinetica o la seconda legge della termodinamica è come voler pilotare un aereo senza sapere come si gira un volante. Si può farlo, certo. Ma si rischia di schiantarsi. O, peggio ancora, far schiantare gli altri.
Non si tratta di essere rigidi. Si tratta di essere onesti. E se davvero si ha una conoscenza avanzata, allora si è anche capaci di renderla comprensibile, concreta, utile. Altrimenti è narcisismo spirituale mascherato da altruismo cosmico.
Non servono le metafore quantistiche per aiutare qualcuno a uscire da una relazione tossica. Serve presenza. Ascolto. Psicologia. Serve anche scienza, sì, quella vera. Ma soprattutto, serve umiltà.
Chi non sa riconoscere i propri limiti, spesso li traveste da spiritualità. Ma il vero cammino — spirituale o terapeutico che sia — inizia proprio lì, dove si ha il coraggio di dire: “Non lo so. Ma posso impararlo.”
E chissà, magari, una volta compresa davvero la fisica classica, ci si accorgerà che l’unico vero entanglement che vale la pena di studiare è quello tra consapevolezza e responsabilità.
Egidio Francesco Cipriano
Foto generata da AI con articolo come prompt









