
Oltre i miti, verso l’illuminazione.
Viaggio tra simboli, visioni e sentieri di liberazione interiore
Nel silenzio rarefatto di un tempio nascosto tra le vette dell’Himalaya, un mantra sussurrato si espande come un’eco nel vuoto. È lì, nel respiro ritmato del praticante, che il Tantra prende forma: non come esercizio esoterico né come mito sensazionalista, ma come via concreta di risveglio. In Occidente, troppo spesso, la parola “Tantra” evoca immagini distorte: corpi intrecciati, eros mistico, pratiche proibite. Ma nel cuore autentico del Vajrayāna, il Tantra è una mappa per attraversare l’illusione del mondo, trasmutandone le energie più dense in manifestazioni di saggezza pura.
Il termine stesso, Tantra, significa “telaio” o “trama”: ciò che sostiene e intreccia, ciò che tiene insieme. È dunque il tessuto stesso della realtà che viene osservato e percorso, punto dopo punto, fino a riconoscere la sua natura vuota e luminosa.
Le Classi di Tantra nel Buddhismo Tibetano
Nelle scuole Sarma del Buddhismo tibetano — Gelug, Sakya, Kagyu — i Tantra sono suddivisi generalmente in quattro classi che a seconda della tradizione possono differire nei nomi come nelle pratiche. Ognuna delle classi corrisponde a un livello di maturazione del praticante, a un diverso grado di coinvolgimento del corpo, della parola e della mente:
- Kriyā Tantra – L’Azione Esterna
È il sentiero dell’offerta, del gesto rituale, del profumo dell’incenso e dei fiori posti sull’altare. Qui il praticante mantiene una certa distanza dalla divinità, che è visualizzata fuori da sé. Si recitano mantra, si compiono prostrazioni, si purifica il karma. È il Tantra per coloro che hanno una forte devozione ma la mente ancora immersa nella dualità. - Caryā Tantra – La Condotta Equilibrata
In questa fase, l’esterno e l’interno cominciano a danzare insieme. Le pratiche sono ancora rituali, ma la mente si spinge oltre la forma, abbracciando l’immaginazione sacra. La divinità non è più solo un’immagine da venerare, ma un aspetto del Sé da risvegliare. - Yoga Tantra – L’Unione Interiore
La divinità non è più “là fuori”. Ora il praticante si identifica con essa. Le visualizzazioni si fanno profonde, le mudrā (gesti simbolici), i mantra e i mandala diventano strumenti per fondere corpo e mente in un unico veicolo di risveglio. - Anuttarayoga Tantra – Il Supremo Yoga
È il culmine. Qui si lavora con il corpo sottile, con i canali energetici (tsa), i venti vitali (lung) e l’essenza (thigle). È un cammino potente, rischioso, e per questo affidato solo a chi ha sviluppato stabilità mentale e discernimento. La mente ordinaria si dissolve nella chiara luce dell’essere. Ogni desiderio, ogni paura, ogni pensiero, viene trasmutato. Nulla è più scartato: tutto è utilizzato come carburante per la liberazione.
La Visione Nyingma: Mahayoga, Anuyoga e Dzogchen
La scuola più antica del Tibet, la Nyingma, porta con sé un respiro arcaico, come se i suoi testi fossero echi di un tempo anteriore alla scrittura. Essa propone una triplice suddivisione che non contraddice, ma amplia, l’approccio Sarma:
- Mahayoga – La Visione Creativa
In Mahayoga, il praticante si fonde completamente con la divinità visualizzata. Non è più una semplice rappresentazione: è il riconoscimento che la nostra vera natura è già divina. Il mondo non è qualcosa da negare, ma da trasfigurare. - Anuyoga – L’Energia Interiore
Si scende nei canali del corpo sottile, nelle rotte invisibili del vento vitale. L’attenzione si fa più sottile, il corpo diventa un laboratorio vivente. È qui che il respiro incontra la mente, che il tempo si piega all’istante presente. - Atiyoga – La Grande Perfezione (Dzogchen)
Oltre ogni visualizzazione, oltre ogni sforzo, resta la pura consapevolezza. Dzogchen non crea nulla: riconosce ciò che è sempre stato. Come il cielo, la mente è spaziosa, luminosa, vuota. Non c’è nulla da aggiustare, solo da vedere. È l’arte di non fare, di non afferrare, di lasciare che la realtà si riveli.
Il Maschile e il Femminile nel Tantra
Non-dualità e danza cosmica
Il Tantra è un linguaggio di simboli. Il maschile rappresenta spesso il metodo: l’azione, il compito, la forma. Il femminile rappresenta la saggezza: la ricettività, l’intuizione, lo spazio. Unendosi, non generano un terzo, ma svelano l’Uno originario. Le divinità tantriche, spesso raffigurate in unione (yab-yum), non celebrano l’erotismo fine a sé stesso, ma la dissoluzione della separazione.
Il vero atto tantrico è l’abbraccio della realtà così com’è: imperfetta e meravigliosa, dolorosa e sacra. In questo senso, il Tantra è profondamente psicologico: insegna a integrare le polarità interiori, a riconciliare i conflitti archetipici, a lasciar cadere le maschere.
Padmasambhava e Yeshe Tsogyal
L’amore che trasforma il tempo
Padmasambhava, il nato dal Loto , non giunse in Tibet per fondare una nuova religione, ma per insegnare il Dharma e le pratiche verso l’illuminazione oltre che necessariamente domare i demoni. E non li distrusse: li trasformò in guardiani della saggezza. Al suo fianco, anche Yeshe Tsogyal, yogini indomita, trascrisse i suoi insegnamenti, ne incarnò la realizzazione. Tra loro, un amore sacro e libero, che non conosceva possesso.
Quando Guru Rinpoche lasciò il mondo nella sua forma convenzionale, si narra che Yeshe Tsogyal rimase a meditare in solitudine per anni. Dalla sua bocca fiorirono canti di liberazione. Uno di essi recita:
“La tua voce, come eco tra le montagne,
non mi parla con parole, ma con silenzi.
Tu sei ovunque, eppure in nessun luogo.
In ogni fiore che sfiorisce, sento il tuo addio.”
Yeshe non cercava più Padmasambhava fuori di sé, ma in ogni riflesso della realtà. Era divenuta lei stessa il Loto.
Il Corpo di Arcobaleno
Tögal e la dissoluzione nella luce
Al culmine del sentiero Dzogchen, il corpo fisico non è più visto come ostacolo, ma come cristallo attraverso cui la luce della mente può rifrangersi. Attraverso pratiche segrete come il Tögal, il praticante può dissolvere i suoi elementi fisici nella luce, fino a non lasciare che un’eco di ciò che fu.
I maestri realizzati non muoiono come gli altri. I loro corpi si riducono, evaporano, scompaiono. Restano solo capelli e unghie: ciò che non ha vita propria. Questo è il corpo di arcobaleno — non una leggenda, ma una possibilità. Un’ultima offerta, un’ultima testimonianza.
L’eros spirituale e la trasmutazione dell’energia
Nel cuore del Tantra, anche la sessualità trova spazio — ma non come piacere fine a sé stesso. L’energia sessuale è la più potente delle forze umane: può legare, ferire, distruggere. Ma può anche essere sublimata, elevata, trasformata in amore senza oggetto. Alcuni testi parlano di unione sessuale tra yogi e yogini come mezzo per fondere le energie e oltrepassare la dualità. Ma questi insegnamenti sono riservati a chi ha già domato l’ego, a chi vede l’altro non come oggetto, ma come specchio.
Nel Vajrayāna autentico, nulla è escluso: anche il desiderio è visto come una forma di ignoranza da convertire in consapevolezza. Il seme non è sprecato: è custodito, elevato. L’orgasmo non è fine, ma soglia.
Le Ḍākinī e i Terma: Saggezza nascosta, presenza infinita
Nel cuore del Vajrayāna, le ḍākinī sono figure centrali: manifestazioni della saggezza illuminata, spesso rappresentate come donne di luce danzante, che spezzano l’illusione dell’ego e conducono il praticante alla realizzazione. Alcune appaiono come guide celesti, altre come donne reali che diventano canali viventi della verità. Non sono fantasie mistiche: sono espressioni vive della realtà non-duale.
Sono anche custodi dei terma, insegnamenti nascosti da grandi maestri come Padmasambhava, da riscoprire nel tempo giusto, attraverso i tertön, coloro che “trovano” ciò che non si è mai perso. Spesso una ḍākinī accompagna il tertön, visibile o invisibile, poiché il terma non è mai solo un testo, ma una vibrazione, un incontro, un risveglio.
A volte, il maestro deve lasciar andare una ḍākinī. Non per separazione, ma per continuità del viaggio. E in quell’allontanamento apparente, si cela la vera unione: lo spazio che permette alla fiamma di non spegnersi mai.
Un sentiero per chi osa, ma non senza un maestro.
Il Tantra, nel Vajrayāna, non è scorciatoia né esotismo. È un sentiero antico, difficile, sublime. Una via per chi non ha paura di guardare dentro di sé, e di trovare, oltre le ombre, la luce. Non promette certezze, non garantisce risultati. Ma offre uno specchio: quello della realtà così com’è. Lì, nel riflesso tremante dell’attimo presente, il praticante può scorgere la verità ultima. E sorridere.
Egidio Francesco Cipriano
immagine da Wikipedia
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