
La domanda che non possiamo più evitare: perché esiste la pedofilia?
Avevano nomi normali e probabilmente foto di profilo altrettanto normali? Un cagnolino, un paesaggio, la copertina di una squadra di calcio? Nulla che lasciasse sospettare l’abisso? Un anno e oltre di indagini. Dodici mesi in cui le forze di polizia italiane e internazionali hanno seguito le tracce digitali, incrociato server nascosti, violato la falsa sicurezza di chi pensava che nel dark web tutto restasse invisibile.
Aprile 2025 l’operazione è esplosa in oltre 35 paesi tra cui l’Italia : un dato che ferisce come un pugno è il fatto che ci sono almeno 1,8 milioni di utenti in tutto il mondo che attingono a immagini e azioni di violenza perversa su minori.
Viene riferito che le immagini — le chiamano così, con un pudore tecnico — documentavano umiliazioni, violenze inenarrabili. Alcuni dei bambini erano piccolissimi. Cosa ci dice questa indagine? Ci dice che il male non abita in un altrove esotico, non è l’orco della fiaba. Il male è accanto a noi. Magari dietro lo schermo di un vicino di casa. Ma soprattutto ci impone una domanda che, come società, tendiamo a eludere: perché esiste la pedofilia? Qual è il meccanismo psicologico che spinge un adulto a desiderare sessualmente un bambino? Non possiamo limitarci allo sdegno, né cullarci nell’illusione che basti arrestare i colpevoli per estirpare il fenomeno.
Se ci addentriamo nella psicologia — quella vera, non quella da salotto televisivo — scopriamo che il disturbo pedofilico è definito nel DSM-5 come una “persistente attrazione sessuale verso bambini prepuberi o in prima pubertà, durata almeno sei mesi, accompagnata da fantasie, impulsi o comportamenti agiti“. Ma questo non basta. Il celebre psicologo canadese Michael Seto, uno dei massimi studiosi al mondo, parla di una vera e propria deviazione dell’orientamento sessuale, comparabile — dal punto di vista strutturale, non morale — a qualsiasi altro orientamento: chi è pedofilo prova attrazione primaria verso bambini, non verso adulti. Non è un vizio, né un’aberrazione occasionale. È un’organizzazione profonda della psiche. E questo rende la questione più spaventosa. Perché implica che non si può “curare” nel senso di far scomparire il desiderio, ma al massimo contenere il comportamento.
Perché una mente umana arriva a questa deriva?
Le teorie sono molteplici. Alcune, come quelle dello psichiatra e psicoanalista Richard C. Friedman, vedono nella pedofilia una fissazione a una fase arcaica dello sviluppo psicosessuale, dove il soggetto non ha mai elaborato pienamente il passaggio all’oggetto sessuale adulto. Altre — come quelle di Seto e di James Cantor, neurologo e psicologo — parlano di fattori neurobiologici: differenze cerebrali rilevabili tramite imaging, con aree prefrontali meno sviluppate e un quoziente intellettivo leggermente inferiore alla media. Secondo Cantor, il pedofilo non “sceglie” di essere attratto dai bambini più di quanto un eterosessuale scelga di desiderare le donne. Ma allora, la responsabilità? Sta nell’azione, non nel desiderio. Desiderare è una condizione, agire è una colpa. E qui entra il dramma etico.
L’indagine che si è conclusa nell’aprile 2025, unitamente a tutte quelle precedenti come l’operazione “Delirio” del 2020, ci mostrano però che molti di questi uomini non si limitavano a fantasticare. Moltissimi bambini sono stati concretamente abusati. Ed è qui che il meccanismo della rete diventa acceleratore di male. Perché la rete, lo sappiamo, non inventa i mostri: li amplifica. I narcisisti usano i social per sedurre, manipolare, trovare vittime adulte da plagiare. I pedofili, invece, cercano vittime che saranno vittime per sempre: bambini la cui psiche rimarrà segnata in modo indelebile.
Numerosissime indagini hanno messo in evidenza l’uso di chat tra pedofili che diventano luoghi di rinforzo reciproco dove non solo si scambiano materiale, ma condividono tecniche, strategie per adescare, consigli su come non farsi scoprire. Un narcotrafficante vende la droga e si arricchisce in modo illegale , ma resta nel mondo del profitto, ha un interesse intercettabile pragmaticamente, una certa razionalità e logicità criminale dell’agire. Qui, invece, siamo nel territorio della pulsione pura: del sadismo erotizzato, della brama di possesso del corpo infantile come oggetto totale. Il filosofo Byung-Chul Han parla della “società della trasparenza”, dove tutto è esposto, ma anche anestetizzato. In queste chat, invece, si consuma l’opposto: l’occultamento estremo e la deumanizzazione assoluta.
Ho riletto in questi giorni anche gli studi di Jean-Luc Viaux, psicologo e criminologo francese, che già negli anni ’90 parlava della “banalità del pedofilo“: uomini spesso mediocri, non particolarmente violenti nel quotidiano, che però trovano nei bambini l’unico spazio in cui sentirsi potenti e dominanti.
Un tratto narcisistico profondo, quindi. Non il narcisismo seduttivo che si esprime nei social network con selfie e like, ma quello predatorio, che gode nell’annientare l’altro. Il bambino, fragile e senza difese, diventa lo specchio in cui il pedofilo vede riflessa la propria onnipotenza. Ed è qui, forse, il punto più inquietante: la società ipernarcisista che abbiamo costruito — fatta di dominio, esibizione, consumo dell’altro — crea un terreno fertile anche per queste derive estreme. Dove il narcisista adulto vampirizza l’adulto ingenuo, il pedofilo preda e distrugge il bambino e segna per sempre la sua vita. E questo legame oscuro tra narcisismo e pedofilia è ancora troppo poco esplorato.
L’operazione conclusa nell’aprile 2025, pur nella sua efficacia, lascia un retrogusto amaro. Perché supponiamo che per ogni chat smantellata, ne esistono altre dieci. E che la domanda — sì, la domanda — di materiale pedopornografico non accenna a diminuire. Seto e Cantor parlano di almeno l’1% della popolazione maschile con interessi sessuali primari verso i bambini. Una cifra che, se confermata, è spaventosa. E che ci impone di abbandonare l’ipocrisia.
Serve prevenzione reale: programmi come quelli avviati in Germania con il “Progetto Dunkelfeld“, che offre ai pedofili non ancora delinquenti supporto psicologico per evitare il passaggio all’atto.
Serve educazione affettiva nelle scuole, per rendere i bambini più consapevoli e meno vulnerabili.
Serve un controllo più penetrante del dark web, che però apre altre questioni di libertà e privacy.
E serve, soprattutto, un cambiamento culturale.
Perché finché continueremo a vedere il bambino come oggetto — di consumo pubblicitario, di narrazione pornografica soft, di spettacolarizzazione — continueremo a nutrire il terreno su cui la pedofilia fiorisce. Solo un ritorno a un’idea sacra dell’infanzia, non come proprietà degli adulti ma come spazio inviolabile, potrà arginare questa deriva.
Mentre attendiamo l’evoluzione dei processi secondari alle operazioni di pubblica sicurezza che sembrano aver smantellato Kidflix e Wikipedo, fuori dal carcere, la domanda rimane: chi sarà il prossimo? Perché il mostro non ha un volto solo. E il male, lo abbiamo visto, si traveste da normalità. La battaglia è lunga. E richiede che, come società, guardiamo finalmente in faccia il nostro lato oscuro. Senza voltare lo sguardo altrove.
La vigilanza, che è amore.
Cosa possiamo fare, concretamente, noi genitori, educatori, cittadini? Non basta affidarsi alle forze dell’ordine, né ai filtri dei software. Serve un’educazione alla vigilanza, che non è sospetto paranoico, ma attenzione amorevole. Significa sapere cosa fanno i nostri figli online, con chi parlano, quali spazi frequentano. Significa insegnare loro che il corpo è inviolabile, che nessun adulto ha il diritto di imporre segreti o contatti che generano disagio. E significa, per noi adulti, vigilare anche sugli altri adulti: segnalare, denunciare, non tacere. La pedofilia prospera nell’ombra e nella complicità silenziosa.
Spezzare quel silenzio è il primo passo. E ricordare che proteggere i bambini è l’atto più alto di civiltà che possiamo compiere. Perché ogni volta che un bambino viene violato, è l’intera comunità umana che viene ferita.
Riguardo poi quei movimenti filosofici o ideologici che vogliono sdoganare la pedofila come un altro orientamento sessuale, mi astengo in questo articolo dall’esprimere un dettagliato parere personale fortemente avverso perché potrei perdere lo stile pulito e discreto che contraddistingue il mio scrivere.
Egidio Francesco Cipriano
Foto di Goran Horvat da Pixabay
Riferimenti
https://www.poliziadistato.it/articolo/326867ee531e8c83e234381670









