
Il 25 maggio 2025, sotto una luna piena che non era ma voleva esserci a rischiarare non solo il cielo ma anche le zone più oscure dell’anima, abbiamo celebrato il Vesak. È il giorno in cui, secondo la tradizione buddhista, il Buddha è nato, si è illuminato e ha lasciato il corpo. Tre eventi in uno. Tre simboli di un unico insegnamento: nascere, risvegliarsi, morire — e poi tornare a vedere tutto per quello che è, senza veli.
Quel giorno congiuntamente con Lorenzo Di Pierro e Pierangelo Dragone, ho guidato un gruppo di persone in un’intensa giornata di pratica spirituale. Ma in realtà, qualcosa di più sottile ci stava guidando. Abbiamo attraversato insieme vari livelli di esperienza: dalla presenza semplice del respiro consapevole, al corpo che si muove nella sacralità del kriya tantra yoga, fino allo spazio aperto e nudo del Dzogchen, dove tutto si dissolve come sogno all’alba. Era come se le pratiche ci scegliessero. Come se le parole scomparissero e solo il gesto rimanesse. L’intenzione si faceva aria, il giudizio cadeva. Nessuno da migliorare, nulla da correggere.
Ma la vera rivelazione mi è giunta dopo, in sogno. Una di quelle notti dove il sonno non è evasione, ma visione. Ho sognato una sala silenziosa, popolata da presenze invisibili. I partecipanti alla pratica erano diventati suoni, vibrazioni. Non avevano più forma, ma solo qualità. E una voce mi ha sussurrato:
“La purezza non è un obiettivo. È il riconoscimento che non c’è mai stato nulla da espellere.”
Mi sono svegliato di colpo, con una citazione in testa, letta anni fa e mai davvero dimenticata. Era di Dzongsar Jamyang Khyentse, dal suo libro “Sei sicuro di non essere buddhista?“
“Conseguenza è karma. Questo karma è raccolto dalla coscienza — la mente, o il sé. Se un’azione è motivata da amore e compassione, il karma è positivo. Se nasce da avidità o odio, il karma è negativo. Ma tutti questi — motivazione, azione, risultato — sono come un sogno. Come un’illusione. E trascendere il karma, buono o cattivo che sia, è nirvana.”
Queste parole non sono concetti. Sono fenditure nella mente dualistica. Perché ogni volta che crediamo di sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato, stiamo già costruendo un nuovo recinto. Ogni volta che diciamo: “Questo è un atto puro, questo no”, stiamo già dimenticando che purezza e impurità sono entrambe impermanenti, entrambe composte, entrambe illusorie.
Durante il Vesak, uno dei partecipanti mi ha chiesto:
“Ma se tutto è illusorio, anche il bene, anche il male… allora perché fare qualcosa? Perché praticare? Perché aiutare gli altri?”
E io, guardandolo negli occhi, ho risposto senza pensare:
“Perché nel sogno, se lo sai che è un sogno, ogni gesto diventa risveglio. Non agisci per diventare buono. Agisci perché hai smesso di voler essere qualcuno.”
Questa è la vera purificazione: non lavare via il male, ma riconoscere che anche il male è composto. E tutto ciò che è composto, come insegnano le Quattro Nobili Verità, è impermanente. Quindi trasformabile. Quindi liberabile. Sentirsi impuri, sbagliati, “peccatori” — è solo un altro modo dell’ego di credersi solido. Ma anche l’ego è sogno. Anche il giudizio.
Nel mondo occidentale siamo stati educati a pensare in termini di peccato, colpa, redenzione. Ma il Buddhismo, nel nucleo più essenziale delle pratiche interne, ci mostra un’altra via: non una morale da seguire, ma una lucidità da abitare. Non sei da redimere. Sei da svegliare.
E svegliarsi significa anche comprendere che ogni atto “buono”, se è fatto per rafforzare l’identità del “buono”, è ancora ego. Anche sfamare il mondo, dice Dzongsar, se fatto senza le giuste “quattro visioni” (separare il buddhismo dalla cultura che lo ha storicamente veicolato, mettere alla prova il maestro con discernimento e consapevolezza, rendere l’insegnamento rilevante rispetto alle sfide attuali della società e, soprattutto, mantenerlo vivo attraverso la pratica diretta e l’esperienza personale.) non è via di liberazione, ma solo un atto meritorio che alimenta il sé.
Nonviolenza come visione, non come postura
Un altro aspetto emerso nel sogno, e ancora più chiaramente nel giorno dopo Vesak, è stato il senso profondo della nonviolenza. Molti la scambiano per mitezza, per remissività. Ma la vera nonviolenza non è un sorriso forzato. È lo smantellamento radicale delle radici della violenza: la rigidità mentale, l’adesione cieca a valori assoluti, l’incapacità di vedere oltre le categorie. Il vero nemico non è l’altro. È il pensiero “giusto”. La mente che si irrigidisce sulla propria versione di giustizia è già in guerra.
“La violenza nasce quando ci si fissa su un’idea estrema, come la giustizia o la moralità.”
Scrive ancora Dzongsar, e queste parole dovrebbero essere scolpite nei templi e nelle scuole.
Perché è così: più ci identifichiamo in ciò che è giusto, più perdiamo empatia. Più pensiamo “io ho ragione”, più disumanizziamo chi abbiamo davanti. E la violenza nasce da lì, da un cuore che ha perso spazio per l’altro. Eppure, se guardiamo l’altro con consapevolezza — anche l’offensore, anche il narcisista, anche l’aggressore — possiamo riconoscere che è sotto l’influenza della sua ignoranza. Che è prigioniero di se stesso. E allora sorge la compassione. Come quando un pazzo ci insulta per strada: non c’è bisogno di arrabbiarsi. Non si tratta di essere passivi. Si tratta di essere liberi.
La via del sogno lucido
Oggi, dopo il Vesak, mi porto nel cuore una certezza nuova.
Che ogni cammino spirituale autentico non è costruzione, ma demolizione.
Non è aggiungere qualcosa a sé, ma togliere ciò che non siamo.
La purezza non è uno stato morale. È un riconoscimento ontologico:
tutto ciò che appare, appare nella mente — e la mente, se la si guarda senza giudizio, è già vuota, aperta, chiara.
E se davvero vedessimo questo, anche solo per un istante, la pratica cambierebbe.
Non sarebbe più sforzo, ma naturalezza.
Non sarebbe più migliorarsi, ma sciogliersi.
Non sarebbe più “fare il bene”, ma smettere di recitare.
Questo è ciò che Vesak mi ha lasciato, in sogno e in veglia:
una consapevolezza che non grida, ma respira.
E che dice, nel silenzio:
“Anche questa rabbia, anche questo giudizio, anche questa ferita… sono illusioni temporanee. Non da combattere, ma da riconoscere.”
E il riconoscimento, se è puro, è già liberazione.
Egidio Francesco Cipriano
Foto Comunità del Vesak 2025 Casa del Mandala Fiorito






