
È un passaggio che spesso si recita in automatico, come parte di una formula antica, eppure vibra di mistero e tensione spirituale. Nel Credo degli Apostoli, tra la morte e la resurrezione, si nasconde questa frase: «… fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte…». Una frase che, a leggerla con occhi interiori, apre domande profonde: dove va il Redentore mentre tutto tace? A chi tende la mano? E chi rimane fuori dalla sua luce?
Inferi: un luogo, molte ombre
Il termine “inferi” è un trabocchetto semantico. Nell’immaginario moderno richiama subito l’inferno, il fuoco eterno, i dannati. Ma nella lingua teologica dei primi secoli, inferi (latino), Hades (greco) o Sheol (ebraico) indicano semplicemente il regno dei morti. Tutti i morti. Giusti e ingiusti. In attesa. Non era dunque un inferno punitivo, ma una sorta di anticamera silenziosa. Alcuni vi dimoravano con speranza, altri nella tenebra. Cristo vi discese, secondo la fede della Chiesa, non per giudicare, ma per portare una notizia che rompeva il tempo.
Il Catechismo: una precisazione decisiva
Il Catechismo della Chiesa Cattolica (§633) chiarisce in modo inequivocabile: > «Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati, né per distruggere l’inferno della dannazione, ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto». Si trattava dunque della “sede dei giusti”, chiamata anche “seno di Abramo”. Una zona d’ombra abitata dalla speranza, da chi aveva vissuto con rettitudine, aspettando una luce che ancora non aveva nome. Gesù, nel silenzio della morte, raggiunge questa umanità sospesa e le sussurra: «È compiuto».
I testi che ne parlano
I Vangeli tacciono, ma alcuni testi ne fanno eco:
- 1 Pietro 3,18-19: «Cristo fu messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. E in spirito andò ad annunciare la salvezza anche agli spiriti prigionieri».
- Efesini 4,9: «Che cosa vuol dire “ascese”, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra?»
- Luca 16,22: nella parabola di Lazzaro e del ricco, si evocano due stati dell’aldilà: il seno di Abramo e un luogo di tormento. Due realtà che non comunicano.
I non giusti: Cristo li ha visti?
La dottrina cattolica risponde con prudenza. Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae (III, q. 52), distingue quattro dimore negli “inferi”:
- Il seno di Abramo (dimora dei giusti in attesa)
- Il Purgatorio (di chi deve ancora purificarsi)
- L’Inferno dei dannati (esclusi dalla visione di Dio)
- Il Limbo dei bambini (per chi è morto senza battesimo, ma senza colpa)
Cristo, secondo Tommaso, discende nei primi tre luoghi, ma non penetra tra i dannati. Là dove l’anima si è chiusa definitivamente, Cristo non forza la porta. Come dice Agostino, la dannazione è una scelta radicale di separazione da Dio.
Eppure… c’è speranza anche per chi è lontano?
La Chiesa proclama l’esistenza dell’inferno, ma non ha mai dichiarato con certezza la condanna eterna di alcun essere umano. Nemmeno Giuda. Il Catechismo (§1033) dice: > «Morire in peccato mortale senza pentimento significa restare separati da Dio per propria libera scelta». Eppure, la stessa dottrina apre spiragli sorprendenti: > Lumen Gentium (16): «Coloro che, senza colpa, non conoscono il Vangelo, ma cercano Dio con cuore sincero, possono conseguire la salvezza eterna». Questo significa che la misericordia non è prigioniera dei confini visibili della Chiesa. Cristo può raggiungere le anime anche dove non ce lo aspetteremmo.
I Padri della Chiesa: voce di testimoni
- Sant’Ireneo, nel Adversus Haereses (V, 31), parla di un Cristo che libera Adamo e i giusti dalla prigionia.
- Origene, più ardito, ipotizza che anche i non giusti abbiano udito l’annuncio, ma solo alcuni lo hanno accolto.
- Gregorio Magno scrive che anche nella morte resta la libertà: alcuni vedono Cristo e si aprono, altri si richiudono.
Mistici del Novecento: luce nell’abisso
- Hans Urs von Balthasar, teologo e mistico, nel suo Mysterium Paschale, descrive la discesa agli inferi come un annientamento amoroso: Cristo tocca il punto più basso dell’esistenza per redimerlo. L’inferno non lo accoglie, ma lui lo attraversa.
- Adrienne von Speyr, sua collaboratrice spirituale, vede in quella discesa una compassione cosmica: Cristo si avvicina a chiunque, anche a chi si crede escluso.
- Benedetto XVI, Sabato Santo 2006: «Nel buio della morte è entrata la voce di Dio. L’inferno è stato illuminato».
L’icona ortodossa: una teologia in immagine
Nel cuore della tradizione bizantina, la Pasqua si apre con l’icona della Discesa agli inferi: Cristo scardina le porte dell’Ade, calpesta le serrature infrante e afferra per mano Adamo ed Eva. È un gesto dirompente. Non aspetta. Si china. Solleva. Per gli ortodossi, la discesa è già resurrezione. Una vittoria cosmica, una liberazione collettiva, non solo individuale. Una festa.
Una ferita aperta
Cristo è disceso agli inferi per abbracciare la condizione umana fino in fondo. Ha portato la luce dove c’era solo attesa. Ha parlato a chi non aveva più voce. Ma non ha forzato nessuno.
Nel cuore di questo mistero, c’è una verità scomoda e bellissima: nessun abisso è troppo profondo per Dio, ma nessuna libertà è violabile.
La porta della misericordia resta aperta fino all’ultimo respiro. Ma siamo noi a doverla varcare. Nessuno può farlo al posto nostro. Neppure Lui. Tra il buio e la luce, tra il giudizio e l’abbraccio, si gioca il destino eterno dell’uomo. E forse, è proprio là, nell’infero del cuore, che si compie la Pasqua
Egidio Francesco Cipriano
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