
Due discese, tra compassione e misericordia
Nelle pieghe del tempo sacro, due figure emergono luminose nelle rispettive tradizioni spirituali: Gesù Cristo e il Buddha Śākyamuni. Entrambi, secondo i testi sacri e le interpretazioni dei maestri, avrebbero compiuto un gesto di estrema compassione: la discesa agli inferi. Non come condanna, ma come redenzione. Non come trionfo sulla dannazione, ma come abbraccio verso gli abbandonati. Due linguaggi, due cosmologie, due escatologie, eppure una stessa eco di misericordia profonda: nessuno è mai davvero perduto. L’amore, che sia divino o illuminato, discende dove l’umano ha paura di guardare. Questo articolo mette profanamente e in modo non erudito a confronto questi due grandi gesti salvifici.
Cristo discende agli inferi: misericordia tra i morti
Secondo la dottrina cattolica, la discesa di Cristo agli inferi — chiamata anche descensus ad inferos — è attestata sia nella Scrittura che nel Simbolo apostolico: “Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto, discese agli inferi, il terzo giorno risuscitò da morte”. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 632-637) lo conferma, citando Efesini 4,9 e 1 Pietro 3,19-20: “Egli andò ad annunciare la salvezza anche agli spiriti in prigione”. Il Cristo discende non nell’inferno dei dannati, ma nello Sheol, il regno dei morti, il luogo dove riposano tutti i defunti, giusti e ingiusti.
È un gesto teandrico, perché Dio fatto uomo entra nell’estrema lontananza, nella morte stessa, per redimere coloro che vissero nella speranza del Messia. Così scrive san Giovanni Damasceno (De fide orthodoxa, III, 29): “Scese nel luogo dove si trovavano le anime, come un liberatore, non come un prigioniero”. E sant’Ambrogio afferma: “Cristo discese agli inferi per redimere tutti gli uomini” (In Lucam, X, 121).
Questa misericordia ha il volto di un Padre che non dimentica i suoi figli, nemmeno quelli lontani nel tempo e nello spazio. Cristo, nel suo abbandono sulla croce, porta la luce anche nel buio più denso dell’assenza di Dio.
Buddha discende nei regni infernali: Kṣitigarbha e la compassione attiva
Nella tradizione buddhista mahāyāna, anche il Buddha Śākyamuni manifesta una compassione cosmica che lo porta a discendere nei regni più bassi dell’esistenza ciclica. Il Sutra del Bodhisattva Kṣitigarbha (Kṣitigarbha Bodhisattva Pūrvapraṇidhāna Sūtra) è il testo cardine: qui il Buddha affida a Kṣitigarbha, il Bodhisattva dei mondi infernali, il compito di prendersi cura degli esseri destinati al tormento.
Il Buddha stesso narra di aver visitato gli inferni per comprendere la sofferenza e per guidare gli esseri verso il risveglio. Kṣitigarbha pronuncia un voto straordinario: “Finché l’inferno non sarà vuoto, io non diventerò un Buddha; solo quando tutti gli esseri saranno salvati, io raggiungerò il Nirvāṇa” (Sutra Kṣitigarbha, cap. 2).
Questa compassione non è statica, ma operativa, radicale, consapevole. Il Buddha, come Cristo, discende non per giudicare, ma per liberare. E lo fa offrendo insegnamenti, visioni, semenze di consapevolezza.
Incontri e divergenze: due soteriologie a confronto
Le due discese si pongono come archetipi salvifici. Entrambe sono animate da una compassione che non conosce barriere. Tuttavia, vi sono anche differenze sostanziali:
- Nel cristianesimo, la discesa agli inferi è un evento unico, storico e soteriologico: Cristo libera i giusti che attendevano. Nel buddhismo, è una dinamica continua: i bodhisattva discendono instancabilmente nei sei regni dell’esistenza.
- Il gesto di Cristo è legato alla redenzione attraverso la croce e la resurrezione. È Dio stesso che si abbassa. Nel buddhismo, il Buddha discende per insegnare, per condividere la consapevolezza della sofferenza e indicare la via dell’uscita dal samsara.
- Cristo libera i morti con autorità divina. Kṣitigarbha invece rimane nel ciclo per compassione, rinunciando al proprio nirvāṇa finché ogni essere non sarà salvo.
Eppure, i punti di incontro sono profondi:
- Entrambi incarnano la karuṇā, la compassione attiva che venga dall’illuminazione o dalla Divina Misericordia
- Entrambi mostrano che nessun luogo è escluso dalla salvezza o dalla liberazione.
- Entrambi credono nella trasformazione, anche dopo la morte.
Misericordia, karuṇā e la nostalgia del ritorno
Nel cristianesimo si parla di misericordia: miseris cor dare, donare il cuore ai miseri. Nel buddhismo si parla di karuṇā, l’empatia attiva verso la sofferenza altrui. Entrambe si intrecciano nel gesto della discesa. La compassione non è sentimento, ma azione, presenza, responsabilità.
Nel Saddharma Puṇḍarīka Sūtra (il Sutra del Loto), il Buddha racconta la parabola del figlio prodigo che si allontana dal padre ma alla fine torna, riconosciuto e accolto con gioia. Non è difficile, qui, ascoltare un’eco della parabola evangelica.
Nessuno è mai davvero perduto
Al di là delle dottrine e delle cosmologie, una certezza emerge da entrambi gli orizzonti spirituali: nessun essere, nessun figlio, nessuna coscienza è definitivamente perduta. Può smarrirsi, può vagare, può essere imprigionata nel buio delle colpe, delle illusioni o delle rinunce. Ma la compassione — quella del Padre Cristiano o del Bodhisattva — non abbandona mai davvero.
Forse si resta lontani per un tempo. Forse si deve toccare il fondo degli inferni interiori. Ma la mano della misericordia resta tesa.
Perché, in fondo, come direbbe un padre che non ha mai smesso di sperare:
“Tu eri morto, e sei tornato in vita; eri perduto, e sei stato ritrovato” (Lc 15,24).
E come direbbe Kṣitigarbha:
“Finché anche un solo essere soffrirà, io sarò lì, con lui, nell’inferno, a fargli luce”.
Un giorno, tutto ritorna. E nulla è mai perduto per sempre.
Egidio Francesco Cipriano
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