
Intervista a un ombrello un’ anticchia complottista
Una conversazione surreale ma realistica con un protagonista dimenticato dell’era climatica e tecnologica In pieno agosto, un ombrello racconta la sua crisi d’identità tra cambiamento climatico, complotti meteorologici e la sorte incerta dei cugini ombrelloni.
L’incontro
Non era semplice dargli la parola. Oggetti silenziosi per definizione, gli ombrelli hanno imparato a convivere con un destino umile: aprirsi, proteggere, chiudersi, gocciolare in un angolo. Ma questo agosto anomalo, immobile, pieno di caldo secco e notti di sabbia sospesa nell’aria, ha risvegliato in loro una coscienza nuova. Uno di essi, vecchio modello comprato in fretta e furia in una stazione ferroviaria, ha accettato di parlare con me.
Lo trovo appoggiato dietro la porta. Mi sembra curvo, come se portasse sulle stecche il peso di tutte le stagioni mancate.
La sua voce
Ombrello: “Lei capisce, dottore? Io non servo più. In agosto nessuno mi guarda. La gente si protegge con cappellini e borracce. Io rimango chiuso, dimenticato. Non piove più come una volta.”
Lo dice con la dignità di chi non cerca compassione. Il suo tono non è lamentoso, ma definitivo. Siamo entrati in un’epoca che non contempla più la sua funzione.
Bombe d’acqua e green economy
Io: “Ma la vostra missione non era quella di difenderci dalla pioggia?”
Ombrello: “Era, sì. Ma hanno cambiato le regole del gioco. Ci parlano di green economy, di sostenibilità, di transizione ecologica. Belle parole, ma intanto la pioggia non cade più: esplode. Bombe d’acqua, grandinate improvvise, vortici di vento che ci spezzano le ossa di metallo. Non resistiamo. Ogni città è disseminata di cadaveri come me, abbandonati nei cestini. Ci hanno reso inutili, e ridicoli.”
È impossibile non vedere il parallelismo. Dove una volta c’era una pioggia regolare, ora c’è solo spettacolo atmosferico. Un eccesso che supera le difese dell’uomo e dei suoi oggetti.
Scie chimiche e sospetti
Ombrello: “E non mi parli di cicli naturali, la prego. Le scie chimiche le vediamo tutti, là in alto. Non ci vuole uno scienziato per capire che qualcosa ci manipola. Non piove dove dovrebbe, piove dove non serve. È una regia occulta, e noi ombrelli siamo diventati vittime collaterali.”
Ascoltarlo è come trovarsi di fronte a un testimone disilluso. Il sospetto non riguarda solo la meteorologia, ma un mondo intero che sembra aver perso la sua coerenza.
L’ombra della pandemia
Poi abbassa il tono, quasi bisbiglia:
Ombrello: “Aspetti, dottore. Non è finita. Ci sarà anche una pandemia per noi. Prima il virus, poi il vaccino. Parole grosse: RNA, nanotecnologie. Noi saremo le cavie perfette. Ci apriranno, ci inoculeranno chip, ci useranno come antenne. Col 7G diventeremo strumenti per friggere l’aria. Non più rifugio, ma conduttori della follia collettiva.”
Pausa. Non so cosa rispondere.
Io: “Lei parla come se fosse già condannato.”
Ombrello: “Perché lo siamo. Non resisteremo al prossimo inverno. Ci sarà un inverno?”
I cugini ombrelloni
Il discorso inevitabilmente scivola sui suoi parenti più ingombranti: gli ombrelloni da spiaggia.
Io: “E i vostri cugini, quelli dei lidi? Come stanno vivendo la stagione?”
Lui si piega su se stesso, come un vecchio che non vuole più guardare il futuro.
Ombrello: “Sono già finiti. Avete visto le spiagge? Deserte. Troppo caldo, troppe allerte, troppa sabbia nera che arriva dal Sahara. Nessuno resta più a lungo sotto il sole. I lidi chiudono in anticipo. I miei cugini marciscono chiusi nei magazzini. Non è un caso. Se c’è un complotto, loro sono il primo bersaglio. Non cadranno sotto bombe d’acqua, ma sotto il silenzio dell’assenza. A fine stagione saranno svenduti, come relitti. Noi almeno abbiamo ancora l’illusione del temporale. Loro nemmeno quello.”
Una riflessione amara
Mentre lo ascolto, sento crescere una preoccupazione che va oltre l’oggetto in sé. Perché se anche gli strumenti quotidiani iniziano a percepirsi come vittime, vuol dire che abbiamo varcato una soglia. Il cambiamento climatico non è più un fenomeno scientifico da grafici: è un trauma percepito dagli oggetti stessi.
Mi chiedo se il sospetto dell’ombrello sia delirio o anticipazione. In fondo, quante volte ci siamo detti che non c’era nulla da temere, salvo poi scoprire che “era tutto vero ma troppo tardi”?
Epilogo
Lo ripongo vicino alla porta. Mi sembra che mi osservi, con la punta curva, come se aspettasse un temporale che non arriverà. Fuori, il cielo è limpido e brucia.
Mi resta addosso la sua domanda: quanto durerà ancora la stagione degli ombrelli?
E, insieme, un timore più grande: se il complotto riguarda davvero loro, quanto tempo passerà prima che riguardi anche noi?
Nota finale
Se un giorno vedrete un ombrello che vibra da solo in un angolo, non pensate subito a un guasto meccanico: potrebbe essere solo il 7G che passa. In fondo, ciò che resta da capire non è se piova o non piova più, ma se saremo noi – e i nostri cugini ombrelloni – ad avere ancora un posto sotto questo cielo programmato.
Egidio Francesco Cipriano
immagine AI










