
Tra coscienza, tempo e percezione
Il tempo, per come lo viviamo, è una freccia che non torna indietro. Ci muoviamo dentro di esso come in un fiume che scorre: dal passato verso il presente, dal presente verso il futuro. Ogni tentativo di risalire a monte sembra impossibile, eppure, da sempre, filosofi, mistici e scienziati hanno provato a incrinare questa certezza, a sospettare che le cose non siano così lineari come appaiono. Negli anni Settanta, un ingegnere israeliano naturalizzato americano, Itzhak Bentov, cominciò a parlare della coscienza come di un pendolo capace di oscillare oltre le coordinate ordinarie. Nel suo libro Stalking the Wild Pendulum (1977) ipotizzava che la mente non fosse un prodotto locale del cervello, ma un campo che vibra in risonanza con l’universo, dove passato, presente e futuro coesistono come frammenti di un unico ologramma. Qualche anno dopo, la CIA prese sul serio quelle idee. Nel celebre documento Analysis and Assessment of Gateway Process (1983, declassificato nel 2003), si parlava del Gateway Experience del Monroe Institute: una serie di tecniche audio (Hemi-Sync) per sincronizzare gli emisferi cerebrali e portare la coscienza in stati alterati. Lì, dice il rapporto, il tempo non è più un flusso che scorre, ma un campo simultaneo in cui si può navigare. (cia.gov)
Il passato come memoria, il passato come campo
Ma cosa significa “cambiare il passato”?
Nella versione più radicale, si tratterebbe di riscrivere eventi già accaduti, come se la coscienza potesse intervenire in un universo ancora plastico, mai del tutto consolidato. Nella versione psicologica — più vicina alle pratiche terapeutiche — cambiare il passato significa cambiare il significato del passato: un ricordo traumatico, rivissuto in uno stato di coscienza diverso, può smettere di pesare come una catena e trasformarsi in un insegnamento. In questo senso, il passato “cambia” davvero, perché ciò che portiamo con noi non è l’evento nudo, ma l’emozione che lo accompagna. È qui che il modello di Bentov si intreccia con la vita quotidiana: se il tempo è un campo, allora la nostra coscienza viaggia continuamente in esso, anche senza accorgercene. Ma il nostro cervello filtra, il corpo limita, la percezione seleziona. Forse, se davvero il passato si muove con noi, non possiamo accorgercene perché la mente ha bisogno di coerenza. Un ricordo che oggi dice “così è stato” non può improvvisamente dire “è stato altrimenti” senza destabilizzarci.
Perché non lo percepiamo?
- Perché la memoria è selettiva e tende a solidificarsi in narrazione.
- Perché la biologia del cervello opera con leggi che privilegiano la stabilità, non la retroattività.
- Perché l’entropia e le leggi fisiche che conosciamo spingono tutto in avanti, come una valanga che non si ferma.
- Perché, in fondo, abbiamo bisogno di una storia lineare per riconoscerci: senza una linea temporale, la nostra identità si sfalderebbe.
Uno sguardo aperto
Eppure, l’idea resta: che la coscienza possa avere accesso a un piano dove il tempo non è prigione, ma mosaico. Non possiamo dimostrarlo, né confutarlo del tutto. Possiamo solo intuire che, in certi stati interiori, ciò che crediamo fisso diventa mobile, e ciò che ci sembrava irrimediabile assume una nuova forma. Forse non cambiamo “il passato” come oggetto, ma cambiamo il modo in cui il passato ci vive. E questo, a volte, basta per liberarci.
I muri del tempo
Il passato, alla fine, è un archivio che nessuno di noi può davvero manomettere: possiamo solo scegliere come leggerne le pagine o almeno così ordinariamente sembra. Cambiarlo forse è possibile in qualche dimensione che non percepiamo, ma non nel teatro della vita ordinaria, dove i muri del tempo restano dritti e inflessibili. E allora il vero potere non è cancellare ciò che è stato, ma avere il coraggio di trasformare ciò che resta di noi dopo. Ogni memoria è un bisturi: può incidere ancora la ferita, oppure può tagliare i fili che ci tengono prigionieri. Il resto — i viaggi nei corridoi atemporali, i pendoli cosmici e le teorie della CIA — ci affascina perché ci illude che basti premere un tasto per riscrivere la nostra storia. Ma la verità è che non ci serve una macchina del tempo: ci serve una lama interiore abbastanza affilata da separare il ricordo dal rimpianto.
E se proprio non funziona… pazienza. Continueremo a dare la colpa al gatto , che per definizione sa benissimo viaggiare tra passato e presente… ma non ce lo racconta.. Lui, del resto, sembra sapere da sempre come cadere in piedi, in qualunque tempo lo si lanci .
Egidio Francesco Cipriano
Riferimenti
- Itzhak Bentov, Stalking the Wild Pendulum: On the Mechanics of Consciousness (1977). Testo integrale disponibile qui: ia802806.us.archive.org
- CIA, Analysis and Assessment of Gateway Process (1983, declassificato 2003): cia.gov
- Monroe Institute, materiali collegati al Gateway Program: cia.gov
- Biografia di Itzhak Bentov: Wikipedia
- Popular Mechanics (2025): popularmechanics.com
Immagine AI









