
Tra insegnamento e presenza
Oramai sono anni che insegno e “addestro” docenti in tutte le scuole di ordine e grado come psicologo, pedagogista e informatico. Ogni volta che entro in un’aula di formazione, riconosco negli sguardi dei partecipanti un misto di attesa e diffidenza. Non è cattiveria, è stanchezza: troppi corsi, troppe scadenze, troppi aggiornamenti che sembrano più oneri burocratici che nutrimento autentico. Eppure, basta poco a cambiare l’aria: un racconto personale, un esercizio fatto non per compilare ma per sentire, un momento di silenzio. Allora la tensione si scioglie, e dietro le rughe di fatica si intravedono lampi di passione. Mentre accompagno insegnanti e formatori nel labirinto delle nuove tecnologie, della didattica digitale, delle piattaforme online, sento dentro di me una nostalgia sottile. È come se, accanto alle slides e ai manuali, camminasse una voce antica, una corrente sotterranea che sussurra: non dimenticare le radici.
Parliamo sempre di metodi avanzati, di modelli innovativi, di intelligenza artificiale che entra nelle aule. Ma certe vie dell’insegnamento e dell’apprendimento sono radicate in culture altre, lontane nello spazio e nel tempo, eppure capaci di illuminare ancora oggi.
Settecento anni fa, in un mondo che ci sembra remoto, si trasmetteva il Geidō, la Via delle Arti. E lo si trasmette ancora, nelle pieghe segrete di templi e scuole, nei gesti silenziosi che non hanno bisogno di spiegazioni.
Kyoto
Era novembre quando arrivai a Kyoto. La città, circondata dalle colline, respirava un’aria leggera e trasparente. Le foglie d’acero, rosse come ferite splendenti, cadevano lungo i viali. Ogni passo sul tappeto di foglie produceva un suono ovattato, come un battito lontano. Non era un viaggio organizzato. Avevo ritagliato pochi giorni tra un congresso a Tokyo e una formazione che mi attendeva in Italia. Cercavo un respiro diverso, un silenzio che mi mancava. Non volevo templi famosi né percorsi turistici. Volevo soltanto perdermi in una città che porta il tempo sulle spalle con dignità. Fu un collega giapponese a parlarmi di un dojo, poco distante da un quartiere residenziale. “Vai lì”, mi disse, “non troverai turisti. Troverai un maestro che insegna come si insegnava settecento anni fa”.
Non capii subito cosa intendesse. Ma decisi di andare.
Il maestro Hoshino
Il dojo non aveva insegne luminose, né inseguitori di stranieri. Una porta di legno scuro, una lanterna di carta, il suono di un ruscello che scorreva poco distante. Entrai togliendomi le scarpe. Un uomo anziano, con un kimono semplice, mi venne incontro. Non aveva fretta. Il suo passo era lento, come se ogni movimento fosse già una lezione. Mi fece cenno di seguirlo. Sedemmo su una stuoia. Mi porse una tazza di tè. Le sue mani, segnate dal tempo, non tremavano. Osservava i miei gesti, come prendevo la tazza, come respiravo. Non mi chiese chi fossi, né cosa facessi. Rimase in silenzio a lungo, finché disse soltanto:
— Ogni insegnamento comincia da qui. Dal modo in cui prendi ciò che ti viene dato.
Quelle parole mi scossero. Da anni parlavo di metodologie, di progettazioni, di griglie di valutazione. Lui invece parlava di una tazza, di un gesto semplice.
Che cos’è il Geidō
Fu in quel silenzio che iniziai a comprendere. Il termine giapponese Geidō (芸道) significa Via delle Arti. Non indica soltanto un’abilità tecnica, ma un cammino. Un percorso che unisce la disciplina all’interiorità. Il Geidō comprende le arti marziali (budō), il teatro Nō, il Kabuki, la cerimonia del tè (sadō), la calligrafia (shodō), l’ikebana (kadō). Tutte arti che, in apparenza, hanno un fine estetico o funzionale. Eppure, in Giappone, sono state vissute come vie spirituali, percorsi per plasmare non solo la mano, ma il cuore. Lì capii che la differenza fondamentale è questa: il Geidō non insegna soltanto, trasmette. L’insegnamento riguarda un contenuto e il fare. La trasmissione riguarda un essere e l’essere.
Le tre fasi: Shu, Ha, Ri
Il maestro prese un pennello. Su un foglio bianco tracciò tre caratteri.
- Shu (守) – Custodire.
“In questa fase”, disse, “l’allievo imita. Non chiede, non discute. Ripete. Custodisce la forma, come si custodisce un seme. Senza questo, non c’è radice”. - Ha (破) – Spezzare.
“Dopo anni, l’allievo inizia a rompere. Non per ribellarsi, ma per comprendere. Si separa dal maestro, come un figlio che lascia la casa. In questa rottura nasce la sua voce”. - Ri (離) – Trascendere.
“Alla fine, l’arte diventa parte di lui. Non pensa più alla forma, non deve più ricordare regole. Il gesto sgorga libero, necessario. È allora che si diventa maestri di sé stessi”.
Poi posò il pennello e aggiunse:
— Questa è la legge delle arti. È anche la legge della vita.
Dal dojo alla scuola
Tornato in Italia, seduto in un’aula scolastica con i docenti davanti a me, rividi quel foglio con i tre caratteri. Mi accorsi che, senza saperlo, nelle nostre scuole viviamo lo stesso ritmo. Lo studente inizia con lo Shu, quando copia dalla lavagna, quando ripete a memoria una poesia, quando risolve esercizi meccanici. È la fase della disciplina, necessaria. Arriva poi lo Ha, il tempo delle domande insistenti, a volte delle ribellioni. È il momento in cui rompe le regole, cerca alternative. Un passaggio doloroso ma vitale.
Infine, lo studente che ha trovato il suo centro approda al Ri: non imita più, non si ribella più, ma crea. Non è più solo studente: è un essere libero. In questa prospettiva, la scuola non è soltanto luogo di istruzione. È via. È cammino di trasformazione, per chi insegna e per chi impara.
La pedagogia come arte
Se guardo ai grandi pedagogisti che hanno segnato il nostro tempo — Montessori, Steiner, Don Milani — ritrovo lo stesso respiro del Geidō. Montessori vedeva il bambino come “maestro di sé stesso”, da accompagnare con cura ma senza forzature. Steiner parlava dell’educazione come di un’arte del tempo, in cui ogni fase della vita richiede un linguaggio diverso. Don Milani ricordava che la scuola è fatta per “dare la parola” a chi non ce l’ha. Tutti, a loro modo, hanno incarnato la stessa legge: Shu, Ha, Ri. Custodire, rompere, trascendere. Oggi, in un’epoca che misura tutto in competenze e risultati, il Geidō ci riporta all’essenziale: educare non è formattare, ma aprire. Non è riempire, ma trasmettere e infine lasciare la possibilità di auto costruire un sapere nuovo.
Il ritorno al maestro
Rivedo ancora Hoshino.
Era sera, la luce scendeva dietro le colline. Mi condusse in giardino. Un acero versava lentamente le sue foglie, una a una, come sillabe che cadono dal cielo.
— Vedi? disse. Ogni foglia cade al suo tempo. Nessuna è identica all’altra. Questo è Ri. Non è più la regola, non è più la rottura. È la libertà di essere se stessi.
Restammo in silenzio. Non c’era altro da dire.
La via che rimane
Da allora, ogni volta che entro in un’aula, porto con me quel silenzio. Le parole del maestro non sono diventate formule da ripetere, ma un sottofondo invisibile. E allora mi accorgo che il Geidō non è confinato in Giappone, né in tempi lontani. È qui, in ogni docente che entra in classe con la dignità di chi non porta solo un sapere, ma la sua presenza. È qui, in ogni studente che rompe le regole per cercare sé stesso. È qui, in ogni gesto che non serve a mostrare, ma a trasmettere. Il vento di Kyoto torna a soffiare, anche nelle nostre scuole. Porta con sé il fruscio delle foglie rosse, il suono del pennello che sfiora il foglio, l’acqua che scivola in una tazza di tè.
Segni invisibili che dicono: il tempo passa, ma la Via rimane.
Egidio Francesco Cipriano
Immagine AI






