
Homeland Security Secretary Kristi Noem participates in an interview with Charlie Kirk at Turning Point USA 2025 Student Action Summit in Tampa, Florida, July 12, 2025. (DHS photo by Tia Dufour)
Se è vero che per ogni pandemia esiste un rimedio scientifico, è altrettanto crudo osservare la proliferazione di un virus pericoloso e ormai diffuso a macchia d’olio: l’odio viscerale.Qui non c’è un rimedio immediato, e la conseguenze di questo fenomeno contagioso sono devastanti. Il caso Kirk, che continua ad addolorare non solo il mondo americano e Maga, ma anche e sopratutto quella grande (fortunatamente) fetta di opinione pubblica globale che è rimasta umana e che non è disposta a disumanizzare una vicenda gravissima come quella accaduta, ne costituisce una prova lampante. Non serve ricostruire il fatto, perché ormai da giorni chiaro a tutti. Come prevedibile, comincia uno studio accurato sul carnefice, magari riportando che (testualmente, dall’Ansa) “andava bene a scuola e votava Trump, non si comprende cosa abbia scatenato questo gesto, la famiglia votava per i repubblicani, ecc…”
Insomma, un’operazione di umanizzazione del carnefice e di disumanizzazione della vittima, come spiega candidamente il prof. Odifreddi su La7 : “non è proprio la stessa cosa sparare a Martin Luther King o ad un rappresentante Maga, perché il primo predicava la pace, e il secondo…”
Immediata l’interruzione del conduttore, David Parenzo, che invitava il professore a fermarsi o comunque chiarire quella frase inaccettabile. In realtà non c’è da chiarire, perché la frase non lascia spazio ad alcuna interpretazione logica se non “ha seminato odio, quindi in qualche modo è lui il primo responsabile”.
Pensate che in televisione si sia alzato un po’ il gomito? Beh, non avete ancora letto le varie pagine social, che in preda al delirio di massa giustificavano la pallottola con tutta una serie di ragionamenti, dati, numeri, filosofie varie…
Se il contenuto dei post spaventa, è ancora più terrificante leggere i commenti. Non solo seminano frasi come “uno in meno, festeggiamo, ha preso bene la mira, peccato che non abbiano anche sparato a Trump, ora non esiste più, il karma, ecc…”, ma le stesse frasi hanno spesso migliaia di mi piace, quindi migliaia di odiatori da tastiera (chissà, forse anche nella vita reale), che tranquillamente e con disumanizzazione appoggiano quell’omicidio festeggiando.
Pensavamo che non occorresse difendere la libertà con i denti, perché la ritenevamo un valore fondante della società occidentale. La stessa che viene tirata in ballo nei discorsi geopolitici, per marcare la cortina di ferro ideologica tra occidente e oriente, per dire che noi siamo i migliori e che viviamo nel mondo libero, che da noi si discute e si parla, perché siamo nel mondo libero. Invece, occorre eccome. Ci sta già pensando la vedova di Kirk, che ha affermato:”Non avete idea di cosa avete scatenato, porterò avanti l’eredità di mio marito”. Le idee di Kirk, fossero anche le più sbagliate al mondo e le più estremiste sulla faccia della terra, vanno combattute con le parole, anche ferocemente. Mai con le armi, con le pallottole, con le intimidazioni, con l’odio. Il paradosso, al contrario, sarebbe illiberale e pericolosissimo, cioè legittimare l’esecuzione di un attivista in base a quali idee politiche abbia.
Perché si vuole combattere l’estrema destra con l’estrema sinistra? Perché dimostrare che l’avversario è un male facendo altro male ed eliminandolo?
Ecco che, in tutta la tragicità di questo episodio, è caduta la maschera. Non è un caso isolato, non è un solo un pazzo assassino: è la punta dell’iceberg di una cultura violenta, repressiva, malvagia. Una cultura che va combattuta a tutti i costi, perché non ci sia spazio nel mondo libero per chi diffonde odio e vuole eliminare i propri avversari, perché tacciano le armi e ci sia il dialogo.
Pensate un po’, Kirk dava il microfono in mano a tutti i suoi avversari, andava nei campus a parlare ai giovani e consentiva loro di esprimersi e anche di contrastare le sue idee. Esattamente ciò che contestavano i progressisti, e dai quali è poi nata la frangia radicale che si è sporcata le mani di quell’omicidio e dell’odio politico che ne deriva.
Si, è una guerra, e noi la combatteremo. Non con le armi, ma con le parole, gli scritti, i pensieri, il dialogo, la pace. A cominciare da adesso.






