
Dermatillomania
La stanza era illuminata da un alone azzurro, quello della luce del computer. Lei sedeva sulla sedia, le mani piegate sulle ginocchia, lo sguardo fisso sullo schermo, mentre i video scorrevano uno dopo l’altro, come un fiume che non smette mai di scorrere. C’era qualcosa nel gesto che la catturava, la afferrava come una corrente invisibile: la pressione, il piccolo scoppio della sostanza che emergeva dalla pelle, l’istante perfetto in cui l’imperfezione diventava nulla. Non era semplice curiosità. C’era in quel rituale un’ossessione sottile, una tensione che cresceva nel petto e che si scioglieva solo quando i piccoli brufoli sullo schermo si svuotavano, lasciando una pelle liscia e inattesa. Ogni video era diverso, eppure tutti avevano la stessa funzione: mostrare che qualcosa di chiuso, di doloroso, poteva uscire, liberare spazio, respirare.
Nota psicologica 1: questo comportamento rientra spesso in un continuum tra semplice curiosità e una forma lieve di dermatillomania osservativa. Il gesto osservato diventa una forma di catarsi vicaria, in cui il soggetto prova sollievo vedendo l’imperfezione “correggersi” senza agire direttamente su se stesso.
Chi la osservasse, da fuori, avrebbe visto solo una donna sola di notte, assorta davanti al monitor. Ma dentro, nella profondità del suo sguardo, c’era un dialogo invisibile: con la propria pelle, con la propria mente, con quel bisogno inesprimibile di pulizia e controllo. Il gesto altrui, osservato, diventava specchio: lei che desiderava spremere, rassicurare, liberare, senza mai farlo davvero su di sé. A volte, chiudeva gli occhi e si vedeva all’opposto: le dita sul proprio volto, la tensione che cresceva, la leggera ansia prima del sollievo. Ma era sempre un sogno che non si compiva, un rituale mentale. La realtà era diversa, eppure così simile: ogni imperfezione osservata diventava simbolo di qualcosa che dentro voleva emergere, essere visto, riconosciuto.
Nota psicologica 2: la pelle qui funge da confine tra interno ed esterno, tra emozioni represse e manifestazioni visibili. Ogni brufolo spremuto rappresenta metaforicamente un dolore o una tensione che cerca liberazione, un piccolo frammento di sé che reclama attenzione.
Il sonno fuggiva, e con esso la linea tra ciò che era reale e ciò che era simbolico si assottigliava. Le immagini dei video si sovrapponevano alla memoria di piccoli traumi infantili, di tensioni mai dette, di ansie che si accumulavano silenziose. Ogni spremitura era una catarsi, un gesto magico che liberava dal peso invisibile del corpo e della mente. Non era disgusto ciò che provava; era qualcosa di più profondo. La pelle, il corpo, l’imperfezione, diventavano linguaggio. Ogni piccola esplosione di materia era un messaggio, una comunicazione silenziosa tra il visibile e l’invisibile. E lei ascoltava attentamente, anche se nessuno sapeva, nemmeno lei del tutto.
Nota psicologica 3: il fascino per i video di spremitura può essere interpretato come una forma di regolazione emotiva. Il soggetto prova sollievo osservando il risultato tangibile di un gesto che simboleggia ordine e pulizia: un modo di gestire ansia e tensione senza ricorrere a comportamenti autodistruttivi.
A volte la stanza si faceva più grande, più profonda, e lei sentiva come se stesse fluttuando dentro il gesto stesso, dentro la materia che usciva dai brufoli. Il computer non era più solo un oggetto; era un portale, un luogo dove la psiche poteva estendersi, sondare i propri confini, confrontarsi con il controllo e la perdita di controllo, con la precisione e l’imperfezione, con la bellezza nascosta nel piccolo, nell’invisibile. Eppure, nel silenzio della notte, la consapevolezza rimaneva: tutto ciò era solitudine, osservazione, introspezione. Non era voyeurismo semplice né abitudine banale; era dialogo con se stessa, ricerca di senso, tentativo di riconciliare l’interno con l’esterno, il dolore con la guarigione, la tensione con il sollievo.
Nota psicologica 4: il gesto del guardare e immaginare la spremitura diventa un rituale di purificazione psichica, dove il piccolo atto fisico osservato assume il significato di rilascio emotivo e simbolico, senza pericolo reale.
Il rituale si ripeteva, e ogni volta qualcosa cambiava. La mente si apriva leggermente, respirava, sentiva il peso alleggerirsi, anche se di poco. La pelle sullo schermo non era più solo materia: era simbolo, era voce, era storia. Storia di ferite, di ansie, di bisogno di ordine in un mondo caotico, di desiderio di vedere ciò che è chiuso aprirsi e liberarsi. Quando finalmente chiuse il computer, il cielo al di fuori era ancora scuro, e la stanza sembrava più piccola, più intima. Ma dentro di lei, qualcosa si era mosso: un piccolo respiro, un fremito di sollievo, la percezione che, almeno per qualche istante, ciò che era chiuso dentro poteva trovare una via d’uscita. Non la violenza sul proprio corpo, non il gesto compulsivo, ma la consapevolezza, la presenza attenta, il riconoscimento.
Nota psicologica 5: questo atteggiamento dimostra un livello di meta-consapevolezza: osservare senza agire fisicamente riduce il rischio di compulsione patologica e trasforma l’ossessione in riflessione, in introspezione simbolica.
E così si addormentò, non con la mente svuotata, ma con la pelle, la psiche, il desiderio di pulizia e di leggerezza sospesi tra realtà e sogno. Un sogno che continuava anche dopo, nel respiro, nella pelle che parlava e chiedeva ascolto, nella consapevolezza che il piccolo gesto osservato, anche altrui, poteva diventare simbolo di liberazione interiore.
Nota conclusiva: ciò che emerge da questo comportamento non è necessariamente patologico, ma rappresenta la ricerca di un equilibrio tra tensione interna e sollievo emotivo. Il gesto simbolico, pur se mediato dallo schermo, permette di percepire e gestire emozioni complesse, in un dialogo tra mente, corpo e simbolo.
Egidio Francesco Cipriano









