
Leonardo DiCaprio in "Una Battaglia Dopo l'Altra", regia di Paul Thomas Anderson (2025), Warner Bros. Pictures, Ghoulardi Film Company
— AVVERTENZA: in questo articolo non si trovano spoiler maggiori, ma se si vuole rimanere completamente blind, si consiglia di leggerlo successivamente alla visione —
“Il cinema sta morendo!” risuona come un diffuso grido fatalista da parte di molte voci – più (o meno) attente e competenti – di osservatori della cultura artistica contemporanea. Se si osservano i trend statistici degli ultimi anni non ci si può non trovare d’accordo. Pur con le dovute differenziazioni di dettaglio da Paese a Paese, le visite al “caro vecchio cinematografo” risultano in ribasso rispetto ai decenni precedenti (a https://www.the-numbers.com/market/ si nota la diminuzione nella vendita di biglietti per il mercato statunitense dal 2002 e il drastico crollo in pieno Covid-19). Nonostante lievissimi segnali di ripresa negli ultimi anni, la linea temporale lunga preoccupa di più i grandi amanti della settima arte.
Questo è quanto sembrano dirci i dati. Perché il cinema è in prima battuta da intendersi come l’esperienza di andare al cinema, misurata in termini statistici. Ma per cinema si intendono anche, se non soprattutto, i contenuti proiettati sul grande schermo: i film. Su questo punto non si può che concordare con le critiche di maestri come Martin Scorsese, Quentin Tarantino e – da ultimissimo – Ridley Scott per cui Hollywood sembra “affogare nella mediocrità”, essendosi adagiata su “parchi giochi a tema” (riferendosi in primis ai blockbuster dell’universo Marvel). Ma un principio saggio nella vita, e ancor di più nell’arte, è il famoso adagio quality over quantity. Ecco che, quasi volutamente per alterare una prospettiva in apparenza così pessimistica, irrompe sulla scena l’ultima opera (senz’altro degna di questo nome) di Paul Thomas Anderson, “Una Battaglia Dopo l’Altra”, attualmente in sala.

Il regista Paul Thomas Anderson dirige i magistrali (e scapestrati) Leonardo DiCaprio e Benicio Del Toro
Ecco che compare il significato tradizionale di cinema o, ancor meglio, la sua significanza. Riprendendo la distinzione della buonanima di Aristotele, la forma è senz’altro essenziale per inquadrare un fenomeno. Come detto sopra, il cinema è “andare al cinema” ed è anche “vedere un film”: questa è la forma. Ma nei tre approfondimenti di questa serie è desiderio di chi scrive parlare soprattutto della sostanza del fenomeno, si potrebbe dire della sua anima. E di quest’anima l’ultima fatica di PTA ne è colma. A tal punto da poter soprassedere ad alcuni piccoli vuoti ed incongruenze narrative. La forma non è solo superficie, non è solo apparenza, specie nell’arte. Essa è specchio dell’anima e, soprattutto, permette di (avvicinarsi a) capirla.
Qual è dunque la forma di questa pellicola? Si tratta d’un film per amanti del cinema: dura quasi 3 ore (Anderson ha tagliato all’ultimo una decina di minuti), è girato in un formato che per molti non significherà nulla (Vistavision – si ringrazia Giovanni Ribisi per aver prestato le telecamere a PTA) ed è un continuo susseguirsi di momenti sorprendenti. D’accordo, forse non nella trama nella sua globalità (come finisce), ma nella microstruttura narrativa portata avanti da personaggi originali a volte fino al grottesco. Per di più tocca dei temi (la polarizzazione politica, il razzismo, l’abbandono familiare) non propriamente leggeri o mainstream. Non vi è dunque nulla – o perlomeno molto poco – di banale in Una Battaglia Dopo l’Altra.
Ecco che sembra sorgere la domanda: come mai, in un momento storico pregiudizialmente considerato dell’intrattenimento banale e mordi-e-fuggi, un film simile sta riuscendo a sbancare al botteghino? Al momento della scrittura di quest’articolo, il film ha superato tutti i precedenti di Anderson, incassando 171 milioni di dollari globalmente. All’uscita è andato al numero uno al box office di molti Paesi. Ma soprattutto – dovendo fare i conti con il mondo dell’internet – sembra essere sulla bocca di tutti sul web. Sicuramente complice di questo strano successo è lo star-studded cast: DiCaprio in prima fila, insieme a Benicio Del Toro e Sean Penn. Nessuno di loro delude, anzi: Penn, completamente nella follia del personaggio, regala una performance da statuetta (senza se e senza ma); Del Toro, con il suo swag, fa sbellicare i maschietti e fa battere i cuoricini delle femminucce; e per quanto riguarda DiCaprio… conferma d’essere il miglior attore della sua generazione.
Possibilmente è Leo a salvare quella che sembra la pecca maggiore della produzione di PTA: il divario fra i due toni del film, quello d’azione-black humour e quello drammatico-interrelazionale. Anche quando fa sbellicare, l’attore d’origini nostrane, riesce a mostrare il volto di Bob, un uomo alla deriva, i cui sogni giovanili di rivoluzione e d’amore si sono infranti innanzi ad un immenso tradimento su entrambi i fronti. L’unica àncora di salvezza è sua figlia Willa, interpretata da una promettente 25enne Chase Infiniti (vero nome, sembra uscito dalla penna del regista). È questo rapporto, magistralmente scritto e messo in scena, a stringere il cuore degli spettatori e permettere di soprassedere ad alcuni vuoti narrativi e promesse di trama che a volte non colgono il segno.

Facciamo riferimento soprattutto al personaggio di Perfidia, pur interpretato abilmente da Teyana Taylor. La scrittura del personaggio non convince appieno: soprattutto per il dubitabile “colpo di coda” finale, ma anche perché stride rispetto all’anima drammatica configurata magistralmente dai personaggi di DiCaprio e Infiniti. Eccola, l’anima! In verità nel genio di Paul Thomas Anderson ci sono perlomeno due anime: quella realistica, drammatica, viscerale del Petroliere e quella black humour, oltraggiosa, “cazzona” di Boogie Nights. Il personaggio di Perfidia rivela solo una piccola imperfezione nella combinazione azzeccata delle due anime in Una Battaglia Dopo l’Altra. Siamo così arrivati anche all’anima di questa serie di articoli.
Ci perdoni il lettore se si è girato un po’ intorno; ma così è l’anima: non si espone mai direttamente, ma – quando c’è – si rivela gradatamente e, infine, eccola… appare in tutto il suo splendore e il suo significato! Le piccole pecche “di forma” di Una Battaglia Dopo l’Altra sono dimenticate presto e, dopo settimane dalla visione, è un film che riecheggia dentro la mente e il cuore… perché ha anima. Eccoci al dunque: come definire l’anima del cinema o, perlomeno, di questo film? È una visione vera, autoriale ed autentica. Non è affrettata, non è mossa (e distorta) dai trend. È ciò che deve essere fin dall’inizio, ma anche ciò che è destinata a diventare nel processo creativo e produttivo. Immaginate: nonostante PTA avesse in cantiere questo progetto da più di dieci anni, sul set è rimasto aperto (come DiCaprio ha rivelato ai microfoni di BBC Radio 1) alla dinamicità delle idee degli attori e della troupe. Per dire che no: non è il mercato che detta l’arte, ma è chi fa arte ad avere l’ultima parola.
Si potrebbe parlare dell’anima del cinema (e delle arti visive) senza fine, e ne diremo di più prossimamente. Per ora bastano le parole di David Lynch, maestro americano della settimana arte recentemente scomparso (but we “suspect he lingers in other dimensions”, come ha riferito Isabella Rossellini) per capirne il succo: “ideas are everything, stay true to your ideas, they tell you everything”. Per gli amici poco familiari con l’inglese, il genio dietro Velluto Blu e Twin Peaks, sottolinea l’importanza per l’artista di aspettare l’idea, di contemplarla e soprattutto di rimanere fedele ad essa.

Chiaramente un vero artista ottimizza le proprie idee per il medium e l’audience cui sono destinate. Il suo rispetto è senza dubbio per lo spirito, ma anche per la materia; ed ecco che ricompare la dinamica anima-forma. Anche su una SmartTV da 60 pollici, Una Battaglia Dopo l’Altra non riuscirebbe ad avere lo stesso impatto della sua visione al cinema. Una sequenza su tutte, il lungo inseguimento finale, è fatto per immergere collettivamente più spettatori in quel turbinio d’immagini, suoni, adrenalina, tensione. La forma non tradisce l’anima, se ne è estrinsecazione. La forma rivela l’anima, eppure quest’ultima mantiene il primato nel farci sentire cos’è il cinema (e più in generale l’arte). Meglio che definire o spiegare – termini limitati e limitanti per le opere d’arte -, ci si può solo avvicinare e sentire la magia del cinema. E in Una Battaglia Dopo l’Altra di magia ce n’è tanta. Ecco spiegato il successo sia al botteghino che di critica. Prossimamente vedremo come forme diverse di diffusione delle opere di narrazione visiva possano mantenere quest’anima autentica, immersiva, esplosiva. Ma per ora si può dormire sereni sapendo che il cinema – nel suo senso tradizionale – is alive and well grazie a produzioni come questa.
The revolution will be cinematized.






