
“Parnaso” (dettaglio), Andrea Mantegna (1497), Musée du Louvre (Parigi)
L’arte è un insieme di componenti tecniche, ma soprattutto ideali. A questo proposito, per la produzione artistica sembra irrinunciabile e, quasi archetipico, il rapporto dell’artista con la sua Musa. In realtà (e con poca differenza rispetto al mondo dei sensi) l’origine religiosa della Musa ne indica molteplici. Nove, se vogliamo fidarci di Omero ed Esiodo. Figlie di Zeus e guidate da Apollo, protettrici delle Arti, erano insieme al padre le uniche ad avere l’epiteto individuale di “olimpiche”, a sottolinearne l’importanza centrale nel Pantheon greco e per il rapporto con il mondo umano. L’arte in Grecia (e in molte altre civiltà antiche) era considerata una delle primarie espressioni della grandezza della Divinità. Le Muse ne erano l’incarnazione e il tramite rispetto all’uomo. E soprattutto rispetto all’artista.
Fast-forward di duemilacinquecento anni, poco è cambiato (se non forse la considerazione sociale e politica dell’arte… ma di questo, per fortuna, ne parleremo meglio un altro giorno). Ancora oggi gli artisti hanno le loro Muse e – quasi sempre – si tratta di donne in carne ed ossa, con tutta la loro vitalità, gioia e unicità. In questo piccolo intervento vogliamo celebrare il fascino sognante, ma anche le “opere e giorni” (riprendendo il titolo del noto poema dello stesso Esiodo) di alcune Muse del mondo del cinema. Spirito e materia, idealità e lavoro sono due momenti centrali e dialettici dell’arte. E così dell’uomo. Ma anche delle donne, tanto per le nuove promesse del cinema che per le sue leggende, il cui ricordo – finché esisteranno esseri umani per goderne il talento, la bellezza, il sogno – rimarrà vivo.

L’occasione per questo intervento è triste per tutti gli amanti del cinema: la scomparsa recente di Claudia Cardinale e Diane Keaton. La prima è una stella nostrana. Ci ha lasciato in eredità una bellezza insieme innocente e passionale che – quando le produzioni italiane erano considerate il cinema per eccellenza – ha affascinato gli spettatori anche oltreoceano. Capelli castano-scuro, occhi marroni, sguardo fiero: ha definito la “bellezza italiana” del grande schermo. Ad ogni Musa il suo artista. La prima è la stella ispiratrice del secondo, che la aiuta a brillare e fa rivolgere a lei lo sguardo del resto del mondo, spesso cieco alla bellezza. Molti i suoi registi di riferimento: come numero di collaborazioni Luchino Visconti e Pasquale Squitieri furono “i suoi” registi. Eppure, in due pellicole la sua stella sembra brillare più forte: in “Otto e Mezzo” di Federico Fellini e “Fitzcarraldo” di Werner Herzog. Ecco quello splendido dualismo fra spirito e materia della Musa, poche volte interpretato così bene. Nel primo è l’irruzione dell’innocenza femminile, che può essere salvifica per un magistrale Marcello Mastroianni, regista in piena crisi creativa: è un’apparizione, quasi un fantasma di splendore. Più divina di molte divinità realizzate in CGI. Nella produzione del regista tedesco è come l’opera di Herzog: “fisica”, tangibile, ma ricca di una forza prorompente e ancora una volta ispiratrice. Questa volta è rifugio e sprone del pazzissimo Klaus Kinski, un irlandese ossessionato da un’impresa impossibile da compiere nella giungla amazzonica. L’attrice qui è lavoro e decisione, tanto nel ruolo che nella vita reale: è lei Molly, tenutaria di una casa a luci rosse, ad avere le risorse per sostenere Kinski, ed è lei Claudia ad aver avuto il coraggio di seguire Herzog fino alle giungle del Perù. La donna-Musa non è solo angelo-rifugio, ma è anche lavoro e creatività, spesso più dell’uomo.

Spostiamoci oltreoceano per celebrare l’altra gemma che ci ha lasciati di recente, Diane Keaton. Un solo nome viene in mente quando pensiamo al “suo” artista di riferimento: Woody Allen. Il regista, ormai quasi novantenne, ha scritto alcune righe di tributo per la sua Musa, che “illuminava qualsiasi spazio in cui faceva ingresso” (inutile dire che erano anche stati amanti; come direbbe David Lynch, non si può che esser “always deeply in love” con le proprie attrici). Le collaborazioni fra i due sono entrate nella storia del cinema e non può non salire un nodo in gola ripensando alla scena in “Manhattan” dei due sulla panchina, spalle a noi, illuminati dall’alba di New York sotto il ponte di Queensbridge. Quelle spalle sembrano rivelarci un momento di tenerezza che – nella sua “finzione” – non vuole tradire completamente la sua intimità. E così Allen, e Keaton, amplificano nello spettatore il senso commovente della complicità di un amore che sta sbocciando: quanti ne abbiamo vissuti, quanti ne vivremo. Tutto con un’inquadratura fissa. Diane era l’indipendenza incarnata, una bellezza che alcuni definirebbero non-convenzionale, di certo non provocatoria. Un’attrice con la A maiuscola, brillante anche – se non di più – in ruoli più drammatici (ricordiamo Kay nel “Padrino” e Renata in “Interiors”). La ricordiamo come Musa dell’estro creativo, come la onorò semplicemente un altro suo amante – e gigante del grande schermo – Al Pacino: “You’re an artist, D. And I love you, forever.” Sorge in tutti noi la voglia di sostituire l’I con un We, ma lasciamo rispettosamente le spalle di quell’amore intimo fra grandi artisti.
Queste due Muse hanno fatto la storia del cinema e ora se ne sono andate, spostandosi Altrove, in qualche altro firmamento che ne possa accogliere il talento e bellezza. Ma ci sono fortunatamente nuove Muse a fare la storia della settima arte: alcune sono stelle in auge già da qualche decennio, altre solo da pochissimo.

A proposito delle prime – ed a proposito di stelle – da qualche giorno si è conclusa la cerimonia dell’attribuzione della star sulla Walk of Fame di Hollywood all’eterea Naomi Watts. Ecco qui (e non “lì”) un’attrice nel pieno della carriera, onorata dai frutti che ha raccolto. Bionda, delicata, occhi azzurri, sorriso angelico sembra essere “a mother for all those who need love” (come direbbe Burt Reynolds in “Boogie Nights”). Eppure sarebbe potuta finire nel dimenticatoio di Hollywood se non avesse avuto il ruolo di Betty/Diane in “Mulholland Drive”. Chi è stato dunque colpito ed ispirato senza limiti dalla Watts? Chi è il “suo” regista? Non altri che il visionario David Lynch: “this is the girl!” disse, per poi farla cimentare in alcune delle scene più impegnative per un thespian del gentil sesso. Ma la scommessa ha reso Watts una vincente, “a star”. A Lynch non poteva non dedicare un pensiero alla cerimonia, “He brought out the absolute best in me and he saw things in me I’d never seen in myself”.

Questa dinamica artista-Musa, regista-attrice, sembra per ultimo perfetta per descrivere l’opportunità “once in a lifetime” ricevuta da Jenna Ortega: interpretare Mercoledì Addams nella serie Netflix omonima, prodotta – e in ottima parte girata – da Tim Burton. Un altro regista visionario, creatore di mondi “altri” popolati da Muse dark, evanescenti, weird: su tutte Winona Ryder e Helena Bonham Carter. L’attrice d’origine messicana è la nuova scoperta del veterano di Burbank. A tutto merito, secondo chi scrive. Bella d’un fascino fuori dalle righe, sguardo tenero nelle interviste, stravolto per la serie in uno “Psycho gaze senza-batter-ciglio”. Per un’attrice della sua età (classe 2002) sembra incredibile che non rompa mai la sospensione dell’incredulità, riuscendo a conferire umanità ad un personaggio fumettistico dark e stereotipato come pochi. Ormai catapultata sulla scena dell’entertainment, Tim (e noi con lui) ripone in Jenna le speranze d’un futuro brillante, tanto da coinvolgerla nell’attesissimo sequel di Beetlejuice e darle l’assenso per il ruolo di produttrice per la seconda stagione di “Mercoledì”.

Occhi nocciola, occhi azzurri, occhi verdi. Per tutte queste attrici (e produttrici, e registe) non fa differenza. È il luccichio che c’è dietro che importa, e ciò che incarna: il talento, lo spirito, il lavoro, l’estro e il sogno delle Muse, delle stelle.

“I’ve told every little star”, risuona la canzone di Linda Scott in Mulholland Drive.
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