
Mina Harker (Winona Ryder) e il conte Dracula (Gary Oldman) in un'immagine promozionale per il film di Coppola
“Ascoltateli, i figli della notte: quale dolce musica fanno!” risuonano – quasi fossero paradossalmente versi luminosi – le parole del più famoso vampiro della narrazione: il conte Dracula. Questa piccola citazione, comune a molte fra le innumerevoli trasposizioni del romanzo di Bram Stoker, rivela uno dei due lati della figura del vampiro, insieme potente e tragica. Un po’ come la dualità dello Yin/Yang, il conte ha in sé tanto la luce della forza sovrumana e della grandezza immortale che l’ombra della brama sofferta e della solitudine eterna. Eppure l’una nasconde l’altra.
In tempo per la notte di Halloween, ripercorriamo due trasposizioni cinematografiche del mito del vampiro, fra le meglio riuscite. In queste due parti si vuole tracciare una linea di confronto interiore fra “Nosferatu, il Principe della Notte” del 1979 di Werner Herzog e “Dracula di Bram Stoker” del 1992 di Francis Ford Coppola.
Ancora una volta nell’esposizione è l’anima a farla da padrona. Entrambe le pellicole non sono trasposizioni “tecnicamente esatte” del romanzo. I due registi rifuggono l’emulazione pedissequa, tracciando delle immagini in movimento originali ed uniche: visioni personali coraggiose, terrificanti e difficilmente dimenticabili. E di nuovo traspare l’anima delle “moving pictures”, il suo significato più artistico perché autentico (e viceversa).

sopra: “Dracula di Bram Stoker”, regia di F.F. Coppola (1992), American Zoetrope / Osiris Films / Columbia Pictures, sotto: “Nosferatu, il Principe della Notte”, regia di W. Herzog (1979), Werner Herzog Filmproduktion / Gaumont / Columbia Pictures
“Devi avere l’abilità di trasportare il pubblico con te e sollevarlo lontano. Far volare gli spettatori in un mondo di poesia, di sogni, di estasi, di illuminazioni”, in questo modo (in una conversazione del 2016 con R. P. Harrison) Werner Herzog descrive il coraggio della “verità poetica”: un modo di creare che si allontana da una descrizione dei fatti “da contabile”, per cercare la realtà nel sogno, una dimensione ineffabile e comune a tutti gli uomini. In questo modo si rintraccia la vera arte, nel mostrare finzioni (Esiodo direbbe fatti “verosimili”) che riecheggiano nel cuore dell’uomo.
Herzog parla di “veemenza” delle idee, che costringe l’artista a dedicare ad esse la propria vita. In entrambe le pellicole sul vampiro questa forza prende la forma del sogno. Ma, come la stessa figura del vampiro, la visione si mostra in modo duale. Sogno e realtà si intersecano, eppure si rapportano in maniera molto differente in Herzog e Coppola.
“Nosferatu” presenta un mondo tremendamente fisico e concreto, che rivela una visione irreale. “Dracula di Bram Stoker” dimostra una scelta inversa: è un palcoscenico teatrale che mostra delle vicende plausibili. Realtà che è sogno. Sogno che è realtà. Al di sopra e attorno ad entrambe c’è la “verità poetica”, di cui parla Herzog. E al cuore di tutto c’è l’amore: il desiderio di amare e – soprattutto – di essere amati. Ma è bene procedere con calma, la qualità e l’originalità delle pellicole lo merita.
La premessa della storia del vampiro è nota quasi quanto la sua figura: l’avvocato (o agente immobiliare, a seconda delle versioni) Jonathan Harker si reca in Transilvania per concludere un affare con il Conte rumeno Dracula. Il nobile è interessato all’acquisto di una proprietà immobiliare a Londra (Wismar nella versione di Herzog). Harker non ascolta i consigli degli zingari della zona, che gli suggeriscono di tornare indietro: il castello del Conte, secondo loro, è maledetto e abitato da diavoli. Ed effettivamente il giovane non ha bisogno di molto tempo per capire che si trova innanzi ad un essere oscuro e sovrannaturale: il Conte è un vampiro antico e potentissimo. Le superstizioni degli zingari si sono rivelate realtà, e l’incubo risulta forse ancora peggiore del folklore, specie quando Harker comprende che le mire del Conte sono rivolte soprattutto alla sua amorevole consorte: Mina nella versione di Coppola (Winona Ryder) e Lucy in quella di Herzog (Isabella Adjani).

Le ragazze nel “Dracula” di Coppola in un momento malizioso
(Lucy interpretata da Sadie Frost e Mina da Winona Ryder)
Abbiamo tracciato uno schizzo della narrazione, un abbozzo del dipinto: in entrambe le versioni di questo si tratta, splendidi ed immani dipinti in movimento, realizzati da due dei più grandi cineasti degli ultimi cinquant’anni. Completamente differenti sono le ambientazioni e lo stile di regia, così come l’aspetto e il carattere del Conte.
Herzog ha girato tutto in location per conferire al film una solidità che fuoriesce dallo schermo fin dai primi minuti: Wismar è in realtà Delft nei Paesi Bassi, e il Castello del Conte è quello di Pernštejn in Moravia Meridionale. Coppola invece ha scelto una produzione su set appositamente costruiti, non solo: l’idea a monte era quella di girare un film come le vecchie pellicole espressioniste, giocando con gli effetti visivi fino all’estremo. E in fondo così è stato, il regista – rifiutando gli effetti al computer in boom negli anni 90 – ha affidato gli effetti speciali (hands-on) al figlio Roman.
Così anche il vampiro è presentato in modo affatto diverso. Il Nosferatu di Herzog è come un animale: totalmente tangibile, ma lontanissimo dall’umano. Klaus Kinski lo interpreta magistralmente (incredibile il movimento delle mani dopo aver avvinghiato le vittime: sembra un ragno che torna indietro nella tana). Ci si chiede, con un sorriso, fino a che punto Herzog abbia fatto sfogare l’attore tedesco per riuscire ad interpretare un mostro cadaverico che terrorizza per la sua immobilità e silenzio. Nosferatu è esteticamente essenziale per tutto il film: è un mostro-insetto, completamente vestito di nero.
Passando a Coppola, è ancora incomprensibile come Gary Oldman non abbia vinto un Oscar per la sua interpretazione del vampiro. Dracula qui è una figura molto più sentimentale; possibilmente mai umanizzata fino a questo punto in nessuna delle varie trasposizioni. È un mutaforma: il Dracula vecchio che incontra Jonathan nel Castello è completamente differente dal giovane nobiluomo che sbarca a Londra e si interfaccia con Mina. Eppure si mostra davvero terrificante quando muta in una delle sue forme mostruose. Costumi elaboratissimi (che questi sì, vinsero il meritato Oscar) presentano queste trasformazioni del vampiro, sottolineando il forte senso di illusionismo della visione artistica.
Questo dualismo è riflesso anche nelle splendide colonne sonore: quella ripetitiva ed eterea di Popol Vuh, e l’orchestrale e romanticissima di Wojciech Kilar.
Nosferatu è inquietante, Dracula è terrificante. Sono entrambi potentissimi: il primo riesce a portare la peste a Wismar, il secondo cammina sui muri del castello e scivola via come nebbia dall’abbazia a Londra.

L’arrivo al castello di Jonathan (Bruno Ganz) nel “Nosferatu” di Herzog:
il realismo della ripresa in location è prorompente
L’influenza iconografica di e su entrambe le pellicole è innegabile. Essa, inoltre, testimonia l’innesto delle diverse forme d’arte, specie tenendo presente la versione di Coppola. Il quadro al momento della cena con Harker è una rivisitazione dell’autoritratto rinascimentale di Dürer, molti dei costumi e delle composizioni sono riprese dai Preraffaelliti e da Klimt. Ma, viceversa, è certa anche l’ispirazione dell’opera su altri mezzi narrativi: pensiamo al capolavoro videoludico Bloodborne (2015), dichiaratamente ispirato a Coppola nel mood, nelle musiche e persino in un personaggio (la regina Ptumeriana è praticamente Lucy dopo la trasformazione).
Irrealtà totale nella fisicità di Herzog e rapporti sociali ottocenteschi nel surrealismo di Coppola. Ma all’interno di questo gioco onirico c’è molto di più, come leggeremo nella seconda parte.






