
Martina Franca, in Puglia, non è sempre stata una città turistica. E ogni 11 novembre, giorno di San Martino, patrono della città, si può ancora ascoltare un’eco lontana di una realtà industriale che fu tra le più importanti del Mezzogiorno.
Le bancarelle che oggi attirano turisti distratti e fotografi occasionali, fino agli anni Ottanta erano la vetrina di un distretto tessile che produceva capispalla per il mercato nazionale e, soprattutto, per l’estero. La Fiera di San Martino non era solo un appuntamento popolare, ma un rito economico e sociale: l’occasione in cui i martinesi acquistavano a prezzo di fabbrica i capi confezionati dalle aziende locali.
Quelle bancarelle, apparentemente folcloristiche, sono dunque un monumento vivente a un’economia che ha avuto un’anima, un’identità, vivaci imprenditori e una classe operaia.

A Martina lavoravano circa quindicimila donne. Ogni mattina, centinaia di pullman partivano da Locorotondo, Alberobello, Cisternino, Grottaglie, Crispiano, Montemesola. Da Fasano, Ostuni e Monopoli arrivavano ragazze che sembravano “suorine in camice blu”, dirette alle fabbriche dove si cucivano giacche e cappotti destinati tenere calda l’Europa. Era un mondo fatto di lavoro, disciplina e orgoglio artigiano.
Oggi di quelle aziende ne restano poche decine. Il resto si è dissolto nel tempo, quando la produzione ha preso la via dell’Asia e il profitto immediato ha prevalso sull’identità industriale del territorio. È un copione già visto: la delocalizzazione come scorciatoia, la memoria del lavoro come danno collaterale. E, soprattutto, il dramma silenzioso del passaggio generazionale, quel “cancro” che in Italia continua a divorare le imprese di famiglia senza che nessuno abbia il coraggio di affrontarlo davvero.
Difficile dire se una scelta diversa – quella di continuare a produrre interamente a Martina Franca, salvando un marchio territoriale – avrebbe portato a esiti migliori. Chi lo sostiene parla per fede o nostalgia, non per scienza. Prevedere l’economia di un luogo è come indovinare il numero di una carta coperta: esercizio incerto e un po’ romantico.
Ciò che conta, oggi, è che l’11 novembre sopravviva. Che si ricordi, almeno per un giorno, che questa terra non è nata per i turisti o per i pendolari del sabato sera, ma come un laboratorio industriale animato da una classe operaia e da imprenditori capaci e intraprendenti. La fiera di San Martino resta, così, una messa laica in memoria del lavoro, un rito che racconta di un Sud che produceva.
Gianni Svaldi






