
Risulta difficoltoso per chi scrive parlare delle docu-serie ufficiali su Martin Scorsese e Tim Burton. Un motivo di superficie per questa difficoltà è legato al valore emotivo delle pellicole dei due registi, con cui si è cresciuti. È come parlare di quelle canzoni o quei libri della propria infanzia o adolescenza: l’imparzialità è un obiettivo raggiungibile, ma a stento. In questo caso è ancor più problematico fare un commento sui documentari, per la levatura artistica oggettiva dei due cineasti statunitensi. Ci si sente degli gnomi dinnanzi a giganti: si può a stento parlare perché soffocati dalla loro imponenza; piuttosto si sta attenti – col fiato sospeso – per sentir cosa loro proferiscano e, ancora di più, quali azioni stiano per compiere. È con questa esitazione riverente che vogliamo scrivere qualche riga che si muova in due direzioni: un commento critico sui due documentari usciti quasi in contemporanea (“Mr. Scorsese” e “Tim Burton: Life in the Line”) e sulla vita e l’opera di Martin Scorsese e Tim Burton, due fra i più geniali – e spesso incompresi – outsiders di Hollywood.
Con archi di carriera che attraversano molteplici decadi, era necessario che i documentari fossero docu-serie: più puntate per narrare la vita e le creazioni dei due cineasti. E non potrebbe esser altrimenti, chi pensa di poter ridurre la complessità e la profondità in una sintesi affrettata è o ignorante o ciarlatano. Perciò in nove puntate da un’ora (5 per Scorsese, 4 per Burton) questi documentari descrivono l’intera esistenza dei registi, dall’infanzia a oggi. La Musa è stata loro compagna per tutto questo tempo, e sembra non volerli abbandonare. Così la pensano tutti gli ospiti intervistati, come a farsi eco fra i due documentari. E che ospiti! Uno dei maggiori punti di forza dei due documentari sono le voci che hanno deciso di partecipare, e che sottolineano l’ufficialità delle produzioni. In “Mr. Scorsese” è il regista stesso a ripercorrere la propria vita, ma insieme a lui quasi tutti i collaboratori più importanti: Robert De Niro, Leonardo DiCaprio, Daniel Day-Lewis, Thelma Schoonmaker, Paul Schrader. In “Life in the Line” ci sono i rispettivi fedelissimi: Johnny Depp, Winona Ryder, Danny Elfman, Christoph Waltz, Jenna Ortega. E tantissimi altri nomi da capogiro per gli amanti del cinema e della musica, fra cui spiccano le due ex storiche dei registi: Isabella Rossellini e Helena Bonham-Carter. Come per sottolineare che, quando si tratta di geni, “it’s all water under the bridge”; tutti rimarcano come ci si trovi in presenza di due giganti, due vulcani di creatività inarrestabile.

Martin Scorsese con la regista di “Mr. Scorsese” Rebecca Miller (foto promozionale) //
“Mr. Scorsese”, regia di Rebecca Miller (2025), Apple TV+
Una creatività evidente già in età giovanissima. Sia Burton che Scorsese da piccoli erano ossessionati da due “passatempi”: disegnare senza sosta e andare al cinema per fare maratone di qualsiasi pellicola disponibile. Entrambi in fuga da qualcosa, entrambi vittime di un dualismo esistenziale che penetra le maglie emotive delle loro pellicole. Quella luce ed ombra così tipiche dei lavori dei due cineasti – ondeggianti fra splendore e violenza, fra ironia e tenebra – riflettono una dinamica psicologica profonda: il rapporto fra i due creativi e l’ambiente in cui sono cresciuti. Il senso d’alienazione da una realtà esterna fagocitante e opprimente ha portato entrambi, in tenera età, a ripiegare su se stessi per trovare nella loro straordinaria immaginazione un significato da opporre alla grettezza dell’ambiente in cui stavano crescendo. Per Scorsese questa ristrettezza (che fu presto oppressione fisica, dato che da piccolo sviluppò l’asma) era incarnata in Little Italy a Manhattan: quartiere italo-americano ad elevato tasso di delinquenza mafiosa. I primi anni di Burton sono invece a Burbank in California: strade soleggiate, villette a schiera col prato ben fatto, tutte identiche. La fuga per entrambi era necessaria e s’è avviata inevitabilmente verso la dimensione interiore. Il primo fuggiva dalla violenza delle gang e da un destino o da prete o da criminale. Il secondo fuggiva dall’oppressione di una mentalità borghese conformista, “assolata”, quasi a nascondere l’oscurità che c’è sotto i sorrisi di circostanza. La risposta per Scorsese è stata estroversa, narrare ciò che aveva visto in prima persona, tentando di scovare la ricchezza umana nella criminalità organizzata e nel cattolicesimo; per Burton invece è stata profondamente introversa, rivolgendosi a mondi fantastici, nell’archetipo di visioni surreali che, pure questo, è depositario di tesori esistenziali. Ma per prima cosa dovettero fuggire – fisicamente – da quei labirinti soffocanti di ristrettezza mentale, tradizioni mai discusse e un destìno conformista assicurato. Il cinema era il biglietto, salvifico, di sola andata per una nuova vita.
Passando per università d’arte e di cinema, entrambi non perdettero questa scintilla d’originalità così evidente sin da piccoli. Tutt’altro. Dopo alcune esperienze iniziali più “di mercato” (“America 1929”, “Pee Wee”), i registi hanno firmato alcune delle visioni più autenticamente “loro”: “Mean Streets” e “Beetlejuice”. La vita di strada dei piccoli criminali e i legami maschili da una parte, il gusto del grottesco e dell’horror dall’altra. La sensibilità di cui i due artisti erano intrisi e da cui – dopo decenni di carriera – non si sono allontanati. Entrambe visioni di outsiders, lontane – e di molto – da quanto Hollywood aveva abituato lo spettatore medio americano.
Questo senso del diverso, del lontano e – siamo onesti – dell’escluso è stato successivamente reso immortale da due fra i capolavori dei registi. Nel 1976 esce “Taxi Driver”, nel 1990 “Edward Mani di Forbice”. I personaggi di Travis Bickle ed Edward sembrano (anzi – come hanno dichiarato i registi – sono) rappresentazioni del senso d’alienazione e solitudine dei due creativi. Specie da giovani, era troppa la distanza fra loro e chi avevano intorno: le forbici di Edward dimostrano il divario incolmabile con gli altri, pena il ferirli; i primi piani di Travis nel suo taxi in preda alla follia il senso d’abbandono di fronte a una società che esclude il diverso.

Winona Ryder – frequente collaboratrice di Burton –
pronta per l’intervista per il documentario di Tara Wood sul regista (foto promozionale) //
“Tim Burton: Life in the Line”, regia di Tara Wood (2025), Wood Entertainment
Da quel momento in poi un susseguirsi di pellicole a ritmo febbrile. Alcune splendidamente riuscite e accolte (“Quei Bravi Ragazzi”, “The Aviator”, i due “Batman”, “Alice nel Paese delle Meraviglie”, etc.), altre un po’ meno (“Afterhours”, “Dumbo”). Costante rimane quel senso di “essere lontani” da Hollywood. La violenza in “Taxi Driver” o “Batman – Il Ritorno” è fortemente attaccata, le sperimentazioni e stravaganze di “New York, New York” o “Ed Wood” criticate da più voci. Come sottolinea nella serie Johnny Depp, riferendosi a quest’ultima produzione: “Tutti ad Hollywood pensavano che fossimo pazzi.” Eppure non si può negare che – per quanto fallimentari, disadattati, diseredati – il tassista reduce dal Vietnam o il regista di B-movies travestito siano personaggi autentici e con una purezza unica, pure offuscata dal pregiudizio sociale. Sotto tanta stranezza si nasconde una dolcezza straordinaria, quasi una tenerezza disarmante, come il cane zombie di “Frankenweenie” di Burton o l’abbraccio di Nicolas Cage e Patricia Arquette alla fine di “Al di là della vita”.
È un senso di autenticità che trasuda – tecnicamente – dai due documentari, molto ben fatti. Quello di Scorsese, diretto da Rebecca Miller, si perde forse nel finale, un po’ affrettato. Per il resto, tuttavia, è decisamente azzeccato: una carrellata delle tappe della carriera narrate dallo stesso regista. La docu-serie su Burton, diretta da Tara Wood, è anch’essa un’ottima produzione (pur con qualche difetto d’audio che talora scompare e sottotitoli automatici a volte inesatti). Emerge qui una natura un po’ più introspettiva, quasi a far eco al tono visionario ed interiore di Burton. Ed è paradossale, considerato che grande assente è proprio la voce del regista di Burbank.
Tra gli splendidi disegni dei due creativi, le canzoni dei Rolling Stones, la sigla – creata per l’occasione – di Danny Elfman, le quasi 10 ore di visione volano per tutti i cinefili, attratti dal genio altalenante dei due registi. A questo proposito, entrambi nella loro vita sono stati – l’hanno dichiarato più volte – afflitti da difficoltà psicologiche (specie di natura depressiva e ansiosa). Il genio è spesso accompagnato dal caos. Per questo motivo non si osa ad ipotizzare che, se i registi sono riusciti a far brillare i loro collaboratori (i vari De Niro, DiCaprio, Depp, Bonham-Carter), siano pure stati questi ultimi a dare sicurezza e a volte persino salvezza – vedi De Niro nella produzione di “Toro Scatenato” – a Scorsese e Burton.

Entrambi, infine, non si sono mai davvero piegati alle insistenze commerciali di produttori lontani dalla visione creativa. Famose sono le liti di Burton coi produttori della Warner Bros. sul set di “Batman” o di Scorsese col terribile Harvey Weinstein su quello di “Gangs of New York”. Si potrebbero – è chiaro – spendere fiumi d’inchiostro su una retrospettiva (doppia per giunta). Ma ciò che rimane dalla visione dei documentari, ma soprattutto delle opere, dei cineasti è il profondo senso, imprescindibile, d’individualità ed autenticità. Visionaria, originale, grottesca, violenta, sognante, derelitta è la visione dei due outsiders di Hollywood.
Ma, come valeva per Ed Wood: “Visions are worth fighting for. Why spend your life making someone else’s dreams?”.







