
C’è un partito in Italia che non fa comizi, non si presenta al telegiornale, non ha sede, non stampa manifesti, non cerca candidature e – soprattutto – non deve litigare per le coalizioni. È il Partito dell’Astensione, e da vent’anni vince praticamente tutte le elezioni senza bisogno di alleanze. Una vera forma di efficienza democratica: silenzioso, disciplinato, stabile. Un esempio per chi ancora si ostina a fare congressi, primarie, scissioni e riunioni fiume su chi deve parlare per primo.
In fondo, i numeri parlano chiaro: nel 2008 si asteneva “solo” un 22% abbondante; nel 2018 circa il 27%; poi il crollo verticale del 2022, con un radioso 36% di cittadini che hanno scelto il voto col cuscino, preferendo la dimensione interiore del pigiama all’estroversione politica del seggio. Alle Europee il quadro è persino più audace: nel 2019 il 45% degli italiani si è dedicato ad attività alternative – giardinaggio, serie TV, meditazione, tentativi di fuga dalla realtà – invece di infilare una scheda in un’urna.
Gli analisti lo chiamano “calo dell’affluenza”. Io, più semplicemente, lo definisco: l’unico vero Piano Nazionale di Riposo e Rilassamento che abbia mai funzionato in Italia.
E allora, come si fa a riportare gli italiani al seggio?
Domanda antica quanto la democrazia, che però da noi prende spesso la forma di: “Come li convinciamo senza farli arrabbiare?”. Provo allora tre proposte creative – chiamiamole così – per un’Italia che non vuole rinunciare né al voto… né alla sua storica fantasia.
1. Linea dura: la Tassa di Astensione (TDA)
Una misura rivoluzionaria, che parte da un principio semplice: non vuoi votare? Bene. Paga.
Giusto una quota simbolica, tipo un piccolo contributo di solidarietà verso chi, invece, si è messo le scarpe e ha affrontato il clima – qualunque esso fosse – per consegnare una scheda in una scatola. D’altronde, se paghiamo l’IMU, la TARI, il bollo auto e le spese condominiali per l’ascensore che non usiamo mai, perché indignarsi per una Tassa di Astensione?
Vantaggi:
- introiti immediati per lo Stato;
- drastico calo dell’astensionismo;
- improvvisa riscoperta del senso civico.
Svantaggi:
si arrabbieranno tutti. Ma è un effetto collaterale inevitabile: dopotutto siamo in Italia, non in Svizzera.
2. Linea morbida: il Voucher del Cittadino Virtuoso
Se la linea dura non piace, proviamo quella tenera, quasi affettuosa: regaliamo qualcosa a chi vota. Non un “contentino” – lungi da noi – ma un incentivo culturale, sociale, gastronomico, esistenziale.
Qualche esempio?
- Voucher da 10 euro per cibo o libri.
- Biglietti dell’autobus gratuiti.
- Sconto sul prossimo tagliando dell’auto (così almeno una gioia).
- Aperitivo democratico offerto dal Comune.
Immaginate la scena: “Signora, ha votato?” “Sì!” “Complimenti, ecco il suo bonus latticini.”
La democrazia come forma alta di educazione alimentare: perché no?
Certo, qualcuno potrebbe dire che così si incentiva il voto per il panino e non per il Paese. Ma sinceramente… dopo vent’anni di calo, io firmerei anche per un voto motivato da un’arancino.
3. La linea veramente italiana: il Voto-Gratta-e-Vinci
Questa è la proposta che, sono certo, farà rinascere l’affluenza come la fenice.
Dato che una parte significativa del bilancio pubblico si alimenta già da tempo con lotterie, superenalotti e gratta-e-vinci di vario genere, perché non compiere il passo successivo? Perché non trasformare l’atto del voto in un’esperienza ludica, come la tombola di Natale, ma con più suspence e meno parenti?
Il modello:
Ogni seggio mette in palio tre premi locali tra chi ha votato: buoni spesa, biciclette, abbonamenti a teatro, un week-end a Chianciano.
A livello comunale si sorteggia un premio più corposo.
A livello provinciale uno ancora più ricco.
A livello regionale qualcosa di veramente succoso.
A livello nazionale, per le politiche, il jackpot: un anno senza pagare la benzina, una crociera, o – se vogliamo essere visionari – l’abbonamento annuale gratuito al commercialista.
I partiti potranno continuare a promettere mari e monti; lo Stato, più pragmatico, offrirà premi tangibili. Finalmente la competizione politica non sarà più solo tra candidati, ma tra estrazioni.
In fondo, c’è qualcosa di profondamente democratico nella lotteria: tutti partecipano, tutti sperano, tutti cercano la loro combinazione.
E poi, l’Europa
Una volta perfezionato il modello, potremmo esportarlo.
L’Unione Europea potrebbe istituire una nuova carica: Commissario alla Motivazione del Voto. La presidenza andrebbe naturalmente all’Italia, patria dell’inventiva, del gioco regolamentato e delle tradizioni democratiche creative.
Immaginate il Parlamento europeo che discute sul valore etico del Gratta-e-Vota. Immaginate i commissari che litigano per il Bonus Elettore Virtuoso Europeo. Immaginate Bruxelles che approva il primo “Regolamento n. 347/2030 sulla Lotteria Civica Transnazionale”.
In quel momento sì che potremmo dire di aver dato un contributo storico alla democrazia continentale. Altro che recovery fund.
Un Paese che non vuole essere scelto
Ironia a parte, la verità resta una: da vent’anni l’astensionismo cresce come una febbre che nessuno vuole misurare davvero. E mentre tutti cercano di spiegare il perché, potremmo almeno divertirci a immaginare il come, il quando e il quanto di un possibile ritorno alle urne.
Non so se funzionerà. Non so se gli italiani torneranno davvero a votare. Ma so una cosa: tra tasse, voucher e lotterie, forse finalmente troveremo il modo di far riscoprire il più antico gioco pubblico del Paese: la partecipazione.
E se non altro, potremo dire di averci provato. Con fantasia, come sempre.
Ironicamente : Egidio Francesco Cipriano
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