
Liam e Noel a São Paulo qualche sera fa, pronti a chiudere il tour (dal profilo ufficiale Instagram degli Oasis)
Se anche fosse tutto finito qui, andrebbe comunque bene. Per chi ha avuto la fortuna di crescerci, per chi ha avuto la fortuna enorme di vederli dal vivo (magari, come chi scrive, alla prima data della reunion) fra abbracci con sconosciuti, alcol, sorrisi e tante lacrime, e per tutti coloro che non sono riusciti a prendere i biglietti. Questo articolo è per tutti noi. Sì, noi. Perchè il fenomeno Oasis è – sin da 1994, anno d’uscita del disco d’esordio Definitely Maybe – qualcosa di collettivo. “There’s a chemistry between the band and the audience“, ha dichiarato il fratellone Noel qualche anno fa per il documentario ufficiale “Supersonic”. E per molti veterani (che hanno visto la band 15 o addirittura 30 anni fa) questa chimica non è mai stata così forte come in questo tour di reunion.
“Effetto nostalgia”, diranno i più cinici. Possibile. Ma la nostalgia non è tutto in un mondo in cui la musica commerciale è tornata ad essere vetrina da circa vent’anni a questa parte. Tanto fumo, poco arrosto. La gloria della scena musicale popolare degli anni ’90 – persino più dei decenni, pur magistrali, precedenti (’60 e ’70 in pole position) – fu di unire ispirazione e pancia. Gli artisti di quel periodo riuscirono a muovere una generazione facendo uscire dischi di un candore e autenticità ineguagliati. Il trucco era questo, era musica spontanea: erano ragazzi appassionati che scrivevano della loro vita riprendendo le influenze gloriose delle note delle decadi precedenti. Lasciando ai fan una duplice speranza: che “parlando di noi, parleremo anche di voi” e che “un giorno anche voi magari riuscirete a farlo”.
Tante furono le band in auge da questo e quel lato dell’Atlantico. Qualche nome che sicuramente nessuno conosce: Nirvana, Blur, Pearl Jam, Pulp, Radiohead, Primal Scream. Ma nessuno – e ripetiamo nessuno – riuscì a cambiare quelle generazioni come gli Oasis. Una band anglo-irlandese della working class di Manchester. Due fratelli, “head cases” (sempre a loro dire), salvati dalla musica. Noel è sempre stato il più solitario dei due: da ragazzo si chiedeva: “Che ***** esco a fare? Ho l’erba, la chitarra e i miei dischi. Tutto quello che mi serve per sognare è qui.” Liam invece da sempre il più estroverso, forse anche troppo per alcuni. Afferma che fu una martellata in testa di un suo coetaneo a “mettergli l’ossessione” per la musica. Ma si può stare sereni a scrivere che pure John Lennon e gli Stone Roses possono rivendicare un grosso ringraziamento da “Rkid”.
Fatto sta che i due fratelli-coltelli, figli di un padre violento, sarebbero finiti chissà dove se non avessero scoperto il rock ‘n’ roll. E se non li avesse scoperti Alan McGee, il geniale produttore della Creation Records. Da quel momento l’ascesa velocissima. In tre anni, dal suonare per due gatti al Boardwalk a Manchester fecero sold-out per due notti a Knebworth Park, radunando 250.000 ragazzi sognanti.
Quei ragazzi sono poi cresciuti. Molti hanno messo su famiglia. Hanno lasciato indietro l’ingenuità dell’adolescenza, ma non il sogno. Non gli abbracci con i loro amici ai concerti, non le molteplici birre spillate o il saltare in su e in giù per due ore. Ma soprattutto non hanno abbandonato il “We’re gonna live forever!” gridato ripetutamente da Liam, il “So Sally can wait…” fatto cantare a 80.000 persone da Noel, e soprattutto il “Because maybe…” che ha fatto – e continua a far – commuovere generazioni intere. Questo è il sogno. E questa è la dedizione dei fan degli Oasis, inarrestabile per tutti questi anni. E finalmente ripagata.

Per questo sogno collettivo di milioni di persone il sito di Ticketmaster ha dato problemi Sabato 31 Agosto 2024, quando andarono in vendita i biglietti del tour di reunion, annunciata il 27 di quello stesso mese. Code di centinaia di migliaia di persone: era tornata la Oasismania! Chi scrive riuscì – per puro caso – ad accaparrarsi proprio la prima data, il 4 luglio 2025 al Principality Stadium di Cardiff. Bagagli alla mano, trasportati in innumerevoli mezzi pubblici, siamo andati fino in Galles per l’evento della vita. Ma questo non è un articolo su come quella rimarrà la serata più indimenticabile mai vissuta, nè una retrospettiva sui motivi per cui quei due fratelli – arroganti quanto talentuosi – fossero la religione di un adolescente qualunque pugliese.
No, è un articolo sul qui e ora. Al di là degli incassi, al di là della richiesta, al di là di ogni dato e statistica, questo tour è stato un evento che ha risvegliato le coscienze di milioni di fan. I motivi sono stati tantissimi. Ci ha fatto sorridere di gioia rivedere i due fratelli scherzare e abbracciarsi sul palco. Ci ha fatto commuovere vedere Noel (solitamente il più cinico e distaccato dei due) in lacrime alle prime due date. Ma soprattutto ci ha fatto sognare – rieccoci – cantare a squarciagola con decine di migliaia di persone ogni singola parola di ogni singola canzone. Si tratta della forza della condivisione della vera arte, quella ispirata. La musica di qualità, che viene anche dal cuore. Forse è stato questo il motivo maggiore per cui non riusciamo proprio a toglierci dalla testa questa reunion. Eppure con l’ultima data a São Paulo (Brasile), giorno 23 novembre, il tour si è concluso. E il giorno successivo la band ha rilasciato un piccolo comunicato, affermando che “ora ci sarà una pausa per un periodo di riflessione”.

La fine del sogno, quindi. O forse no. Almeno se uno segue i tweet del fratellino pazzerello, pieni di “Europe is my favourite country!” e “rehearse” etc. Liam non è mai stato esattamente sinonimo di affidabilità, ma è difficile credere che i big O non proseguiranno in qualche modo. Tutti lo sperano. Probabilmente anche i due fratelli, vedendo i loro sorrisi su quei palchi. I riferimenti del cantante all’Europa continentale non sembrano estemporanei, perchè è stata (stranamente?) la grande esclusa del ‘Live 25.
Ma adesso chi scrive vuole distogliere l’attenzione dai due Gallagher e rivolgerla direttamente a tutti coloro che sono arrivati fino alla fine di questi pensieri.
Partecipando a questa reunion avete – anzi, abbiamo – spostato il mondo per un attimo in una direzione un po’ migliore, più positiva, più speranzosa, più vera. Perchè la verità è che basta una chitarra e un abbraccio fra due fratelli per far sognare milioni di persone. Evidentemente siamo tutti ancora quei ragazzi semplici, a cui non frega niente di un feed social curato per accalappiare like o di imitare qualche influencer frignone perchè è troppo dura farsi una propria idea sul mondo. Negli Oasis c’è senso d’appartenenza, creatività, grinta, significato. Per chi come noi è cresciuto non con i trend, ma col cuore.
Anche per questo – ci hanno insegnato a non mandarla a dire – grazie Noel, grazie Liam. A presto kids, si spera. Del resto, “the guns have fallen silent“, recitava il comunicato iniziale della reunion…









