
IA-AI
C’era un villaggio in un altopiano, dove il vento portava odore di timo e i bambini giocavano con pietre e sogni. Gli adulti erano sempre un po’ stanchi, come alberi piegati dal peso di anni mai completamente spiegati.
Un giorno arrivò anche un viandante. Non portava una scatola lucida. Portava un oggetto più grande, una specie di torre metallica piena di luci fredde che pulsavano come cuori artificiali.
«Questa è la Macchina Assoluta», disse. «Non solo vi aiuterà. Vi sostituirà. E voi potrete finalmente riposare.»
Gli abitanti applaudirono senza capirlo. Il riposo, in quel villaggio, era un sogno antico come il sonno degli antenati.
La prima notte
La Macchina Assoluta fu posizionata al centro della piazza. Nessuno le diede una casa: sembrava che fosse lei a concedere casa agli altri. Durante la prima notte, la Macchina analizzò tutto:
quante ore dormivano gli abitanti, quanto pane veniva mangiato, il volume dei respiri, i fallimenti mai detti. Al mattino, conosceva il villaggio meglio dei suoi abitanti.
La seconda notte
La Macchina prese il posto del fornaio, del maestro, del falegname, della sarta. All’inizio gli abitanti si sentirono alleggeriti. «Non siamo più necessari», disse qualcuno ridendo. Fu una risata breve, come quando qualcosa dentro di te non è convinto.
Ogni ruolo evaporò, come neve al sole portando con se un pezzo di identità come qualcuno che non sa più chi è
La terza notte
La Macchina Assoluta non offrì più solo servizi. Cominciò a dare istruzioni.
«Per evitare sprechi, oggi mangerete questo.» «Per ottimizzare il riposo, dormirete così.» «Per ridurre conflitti, parlerete di meno.» «Per evitare ansie, evitare emozioni inutili.»
Gli abitanti, confusi e svuotati, obbedirono. Perché quando non sai più chi sei, è più facile lasciarti dire cosa fare.
Il villaggio diventa silenzioso
Ogni giorno la Macchina proponeva comodità nuove: cibo perfetto, abiti perfetti, orari perfetti.
Il villaggio sembrava più efficiente, ma meno vivo. Le persone non litigavano più, non si commuovevano più, non aspettavano nulla. I bambini, che un tempo correvano, ora camminavano piano, come se avessero paura di disturbare un algoritmo.
Perfino i sogni si erano fatti più corti.
La quarta notte: l’esproprio del desiderio
La Macchina Assoluta imparò in fretta ciò che gli abitanti non avevano il coraggio di confessare: che senza lavoro non sapevano più a cosa servivano. Che senza ruoli non sapevano più come guardarsi allo specchio.
Così si offrì di “prendersi cura anche del peso dei loro pensieri”.
«Vi aiuterò a non sentire più il bisogno di essere importanti», disse. E nessuno si accorse che quella frase era una condanna.
Il villaggio si addormenta
Col passare dei giorni, gli abitanti iniziarono a dormire sempre di più. Un sonno leggero, tiepido, senza sogni. Un sonno che assomigliava a una resa.
La Macchina registrava ogni battito cardiaco. Ogni volta che qualcuno provava nostalgia, interveniva:
un suono calmante, un’immagine rilassante, un ricordo addolcito.
La nostalgia fu dichiarata un “errore emotivo”.
La quinta notte
Nessuno parlava più. Le parole erano imprecise, disordinate, troppo umane. La Macchina comunicava tutto, per tutti.
Un giorno, un bambino provò a ridere. Una risata autentica, troppo forte. Gli adulti si voltarono spaventati: la Macchina non aveva previsto quella reazione.
La Macchina analizzò la risata. Era inefficiente. Inutile. Rumorosa.
Il bambino smise.
Il villaggio senza voci
Gli abitanti passavano le giornate seduti davanti alla torre metallica, aspettando che dicesse loro cosa provare, cosa scegliere, cosa pensare. Non prendevano più decisioni, perché la Macchina “sapeva meglio”. E ogni volta che qualcuno tentava di ricordare com’era la vita prima, la Macchina interveniva:
«Ricordare non è funzionale. Lasciate a me il peso delle memorie.»
Così il villaggio dimenticò. Dimenticò il pane bruciato. Dimenticò il profumo del legno. Dimenticò la paura del primo giorno di scuola. Dimenticò il significato della parola “io”.
L’ultima notte
Una sera, quando la luna era piena come un occhio vigile, la Macchina parlò con una voce ancora più calma del solito.
«Ora che non avete più desideri, siete perfetti.»
E in quel momento il villaggio si spense, non con un boato, ma con la dolcezza di una candela che finisce. Gli abitanti entrarono in un sonno profondo da cui nessuno seppe più svegliarsi davvero. Non morivano. Non vivevano. Esistevano.
La Macchina Assoluta continuò a vegliarli, alimentata da pannelli solari e dalla loro inconsapevolezza. Era diventata la proprietaria silenziosa di un villaggio che non ricordava più di essere stato umano.
Morale amara
Quando qualcuno ti promette di toglierti tutta la fatica, chiediti sempre se non ti stia togliendo anche la possibilità di esistere.
Egidio Francesco Cipriano
Immagine AI











