
«Sai, Egidio, a volte dire tutta la verità non serve a nessuno.»
Lo disse guardando il cielo, come se stesse chiedendo conferma a Qualcuno lassù. Eravamo seduti su una panchina sconnessa, davanti al convento che profumava di cera, minestra e rose sfiorite. Le mani di lei tremavano appena, ma i suoi occhi avevano la quiete limpida di chi ha imparato più dalla strada che dal silenzio dei chiostri.
«E allora che si fa, suora mia? Si mente?» Lei sorrise, quel suo sorriso sbilenco che pareva una benedizione. «No, Egidio. Si ama. Si ama come si può. E a volte, per amare, si dice una bugia bianca. Ma non è inganno: è pietà. Dio certe cose le capisce meglio di noi. Anzi, credo che a volte… sorrida.»
Aveva scarpe vecchie, logore. Diceva che a volte inciampava per colpa loro, ma che il suo angelo custode la riprendeva per mano appena in tempo. E rideva, come una bambina che non ha mai smesso di credere nei miracoli. In quella risata c’era più teologia che in molti libri.
Fu lei, un giorno, a dissuadermi dall’uso dei tarocchi. Non lo fece con rimproveri, ma con dolcezza, come sempre. «Vedi, Egidio,» mi disse, «io non ti voglio togliere nulla, ma mostrarti un modo più santo, più sacro di chiedere consiglio.» Dal taschino dell’abito tirò fuori un mazzetto di immaginette sacre, consumate ai bordi, custodite come reliquie d’infanzia. Le posò una accanto all’altra sul tavolo, come piccoli specchi di luce. «Io ho imparato così,» raccontò, «da bambina, in una terra lontana da qui. Mia madre ci teneva sul comodino queste figure dei santi e ci diceva: “Quando non sai che fare, mescolale piano, poi prendine una. Il santo che ti guarda oggi ti parla con il cuore di Dio.”» La ascoltavo rapito. «Io e mia sorella lo facevamo ogni sera,» continuò, «prima di dormire. Non sapevamo leggere, ma sapevamo credere. E le storie che mamma ci raccontava dei santi erano più belle delle fiabe, perché finivano sempre con la speranza.»
Mi mostrò un’immaginetta di San Francesco, una della Madonna del Carmelo, e un piccolo San Raffaele con il pesce tra le mani. «Non servono tarocchi per parlare al cielo,» disse sorridendo. «Basta saper ascoltare il silenzio che c’è tra due immagini amate.» Da allora, non ho più toccato un mazzo di carte. Non per paura, ma per rispetto di quella purezza che le sue parole avevano risvegliato in me.
Parlava spesso delle bugie bianche, e ogni volta lo faceva con la calma di chi conosce la misura della fragilità umana. «Ci sono verità,» mi disse un’altra volta, «che fanno più male della menzogna. Allora io preferisco tacere o inventare una piccola luce. È come mettere un cerotto sull’anima: non guarisce, ma aiuta a non sanguinare.»
Io la ascoltavo in silenzio, sapendo che ogni sua parola era un frammento di Vangelo vissuto, non predicato. Lei non parlava di fede: la camminava. Viveva la strada come un monastero a cielo aperto, la preghiera come un gesto d’amore quotidiano.
«E Dio?» le chiesi una volta. «Non si arrabbia?» «Oh, Egidio,» rispose, «Dio non è un giudice, è un poeta. Non pesa le parole, pesa l’intenzione. E quando un’anima mente per amore, Lui non annota il peccato… disegna un sorriso.»
Ci pensai a lungo. Forse aveva ragione lei: ci sono omissioni che non nascono dalla paura, ma dal desiderio di proteggere; piccole deviazioni della verità che permettono a qualcuno di trovare la propria strada, senza ferirsi. Lei le chiamava piccole indulgenze del cuore.
Un giorno, vedendomi turbato, aggiunse piano: «Tu scrivi, Egidio, e lo sai: la verità non è fatta solo di parole. A volte è nel silenzio, o in una frase detta a metà. È lì che Dio si nasconde, per non farci troppo male.»
La guardai allontanarsi, piegata un po’ in avanti, con le scarpe che scricchiolavano sul selciato e il passo che inciampava ma non cadeva mai davvero. Dietro di lei restava una scia invisibile di grazia e di fede concreta, come il profumo delle cose eterne che sanno ancora di terra.
E ogni volta che oggi mi trovo davanti a un bivio tra dire e tacere, tra essere brutale o compassionevole, penso a lei — alla sua povertà luminosa, al suo sorriso storto, a quella frase che mi accompagna come una preghiera segreta:
“Le bugie bianche… quelle sì, Dio le perdona sorridendo.”
Egidio Francesco Cipriano
foto Egidio Francesco Cipriano










