
Di Valentina dell’Erba
Dalle nuove serie Netflix su Ed Gein e sul Mostro di Firenze emerge un interrogativo inquietante: perché ci affascina tanto il male, quando non ci tocca da vicino?
C’è un filo sottile — e sempre più invisibile — che separa la realtà dall’intrattenimento. Oggi, milioni di persone trascorrono le proprie serate immerse in serie tv e documentari crime, divorando con curiosità morbosa storie di sangue, inganno e dolore. Le recenti uscite su Netflix, come la nuova stagione di Monsters di Ryan Murphy dedicata a Ed Gein o la serie sul caso del Mostro di Firenze, ne sono la prova più evidente: il male è diventato racconto, prodotto, consumo.
Ciò che inquieta, però, non è tanto la rappresentazione del crimine in sé, quanto la naturalezza con cui lo si osserva. Guardiamo, commentiamo, ci emozioniamo e poi passiamo oltre, dimenticando che dietro quelle immagini ci sono persone reali, vittime vere, famiglie distrutte. La narrazione televisiva confeziona il dolore in forma estetica: luci curate, regia calibrata, ritmo narrativo perfetto. Così il male diventa “bello da vedere”, e la tragedia si trasforma in una forma di intrattenimento emotivamente gestibile.
È un fenomeno che dice molto della nostra società. Guardare il male da lontano ci rassicura: ci fa credere che esista un confine tra “noi” e “loro”, tra chi subisce e chi osserva. Finché il dolore resta chiuso dentro uno schermo, possiamo illuderci che non ci riguardi, che non possa accadere a noi. Eppure, quella distanza è solo apparente. Dietro lo sguardo dello spettatore si nasconde il bisogno di comprendere, di controllare ciò che spaventa, di esorcizzare l’imprevedibilità del male.
Il rischio, però, è la desensibilizzazione. A forza di guardare il crimine come spettacolo, ci abituiamo al dolore, lo rendiamo familiare, quasi ordinario. E così, ciò che un tempo avrebbe scosso le coscienze, oggi diventa semplicemente “la prossima serie da iniziare”.
Forse è qui che dovremmo fermarci a riflettere: su quanto siamo disposti a trasformare la sofferenza altrui in narrazione, e su quanto, nel farlo, perdiamo la capacità di riconoscerla come reale.
Perché alla fine, il successo di queste storie non parla soltanto dei mostri che raccontano, ma anche di noi, spettatori affascinati dal male, convinti che finché resta su uno schermo non potrà mai toccarci davvero.







