
C’è un momento, nella storia recente della nostra professione, in cui lo psicologo ha iniziato a guardarsi allo specchio e a chiedersi: che cosa devo indossare per essere credibile? Non era una domanda di moda, ma di sopravvivenza istituzionale. Perché in un mondo in cui il dolore è diventato oggetto di fatturazione e i sentimenti vengono trattati come analisi del sangue, la tentazione di indossare un camice bianco – per sbaglio, per scherzo o per disperazione – ha bussato anche alle nostre porte.
Il camice come protesi identitaria
Il camice è diventato un simbolo di qualcosa che la psicologia, dopotutto, non ha mai realmente voluto essere: una medicina senza bisturi. C’è chi lo porta con fierezza, chi lo indossa per rassicurare il paziente che il suo malessere è “clinico” e quindi “reale”, chi lo usa come scudo contro l’eterna accusa che ci assedia: “Ma voi psicologi curate davvero?”. E così l’empatia si è ritrovata medicalizzata, sterilizzata, resa presentabile. Come se la sofferenza potesse essere maneggiata solo con i guanti di lattice. Ma l’empatia non nasce in corsia: nasce in una stanza dove due esseri umani si siedono uno di fronte all’altro senza anestesia. E nessun camice potrà mai sostituire quella nudità psicologica.
La tentazione antica: l’invidia del medico?
Poi c’è il tema tabù: l’invidia del medico. Quella forma sottile di competizione silenziosa, storica, endemica. Il medico in occidente ha un organo da riparare. Lo psicologo no: ha una storia da ascoltare. Il medico ha il farmaco. Lo psicologo ha la parola, che spesso viene vista come “meno”. Finché non capisci che proprio quella parola è ciò che tiene insieme le famiglie, le scelte, le vite. Ma la civiltà occidentale, nella sua adorazione del misurabile, ha sempre privilegiato ciò che si vede: il fegato, il cuore, la TAC. L’anima, che non compare nei referti, è sempre stata un’imbarazzante clandestina. E quindi sì: esiste un pezzo di categoria che rincorre il riconoscimento “medico” come se fosse il lasciapassare definitivo per essere presi sul serio. Non per desiderio di potere, ma per una fame di legittimità che la psicologia si porta dietro dai suoi genitori fondatori.
La deriva attuale: più clinica, meno umana
La nuova tendenza è questa: diventare sempre più clinici, sempre più diagnostici, sempre più simili a quello che non siamo. Troppi corsi sulla psicopatologia, troppo pochi sull’ascolto. Troppi protocolli, troppo poche persone. Come se la sofferenza dovesse essere incasellata per essere riconosciuta. E come se la relazione terapeutica fosse un incidente collaterale da gestire con prudenza. Ma la verità è semplice: lo psicologo non guarisce perché diagnostica, ma perché incontra. E nessuna etichetta potrà mai sostituire uno sguardo che dice: “Io ci sono”.
Ritorno al mestiere: la nudità competente
Forse dovremmo ritornare a quello che siamo: professionisti della parola, dell’ascolto, della presenza. Artigiani dell’umano. Non medici mancati, non monaci improvvisati, non tecnici delle emozioni. La nostra forza è quella nudità competente: stare senza armatura davanti a una persona che si sfalda e sapere che possiamo reggere anche così. Anzi: solo così.
Il paradosso che ci salva
Alla fine, il camice può anche essere bianco, blu, nero o inesistente. Il problema non è il tessuto, ma la funzione che gli attribuiamo.
Se lo indossi per sentirti più potente, hai perso. Se lo indossi per rassicurare l’altro, stai già tradendo la relazione. Se non lo indossi perché la tua arma è l’empatia, la tua postura è la presenza e il tuo gesto clinico è sederti… allora sì, sei uno psicologo.
E il paradosso è che, proprio quando smettiamo di invidiare il medico, acquisiamo finalmente la nostra autorevolezza. Non perché sembriamo più clinici, ma perché torniamo più umani.
Egidio Francesco Cipriano
Immagine AI









