
Cosa comporterà il piano di pace di Trump per l’Ucraina?
Di Riccardo Giannelli e Giuseppe Lamanna
Tra tutte le notizie riguardanti il fronte ucraino, quella più scioccante non è arrivata dalle fredde trincee orientali ma dalle calde poltrone della White House. Il 21 novembre scorso, la presidenza americana ha proposto un nuovo piano di pace per cessare la guerra tra Russia e Ucraina.
L’accordo riprende molto i toni e le modalità del piano di Gaza, senza tuttavia replicarne il successo e condividendo soltanto le forti polemiche sulla sua costituzione.
Anche da uno sguardo poco critico appare palese, infatti, come i 28 punti rimarcati fieramente dal presidente americano non siano minimamente sufficienti per affrontare e risolvere una situazione complessa come quella che vede questo conflitto.
Confronto con Il piano di Gaza
Come già detto, la proposta presentata pochi giorni fa sembra proprio rimarcare gli stessi toni che hanno contraddistinto la diplomazia dei nostri alleati in questi mesi. Tanto per iniziare, bisogna tenere a mente che questo conflitto presenta dimensioni molto più vaste e conseguenze economicamente molto più devastanti, per i paesi europei, rispetto ai massacri compiuti in Palestina. Inoltre, in questa guerra i “cattivi” stanno avendo la meglio e se anche così non fosse possono contare sulla minaccia atomica, e tanto basta garantirgli sempre un posto al tavolo dei vincitori. I “buoni”, d’altro canto, non possono assolutamente perdere perché gli europei hanno investito e perso troppo per questo conflitto. Per queste ragioni il piano di Trump appare ancora più assurdo ed irragionevole: il solo pensare che il tutto si potesse risolvere in questa maniera dimostra il totale pressappochismo della presidenza e vicepresidenza americana.
Il punto di vista dell’Amministrazione Americana
Nel precedente paragrafo abbiamo criticato il tentativo diplomatico in questione; tuttavia, è giusto e necessario, prima di iniziare con l’analisi dei punti, sottolineare come la brutalità e semplicità con cui è stato stipulato il piano sia una gigantesca estremizzazione di realpolitik da parte del presidente, il cui unico scopo è quello di portare un beneficio lampante al suo paese. Se vista in quest’ottica, il piano di Trump è decisamente meno assurdo ed appare come un tentativo di tagliare l’Europa fuori dalle dinamiche internazionali e di farla pagare per lo sviluppo americano. In questo senso, è perfettamente in linea con le politiche protezioniste applicate con i dazi qualche mese fa.
Protagonista di queste giornate è stata anche la risposta europea alla proposta del presidente americano che pare, data l’assenza di fonti ufficiali, sia una rivisitazione dello stesso.
Già il primo punto desta perplessità. Esso afferma che la sovranità ucraina sarà “confermata”, sebbene valga la pena ricordare che sia già sovrana de facto, senza alcuna necessità di essere ribadita. Ciò è abbastanza ironico se si considera che la stipulazione di un accordo come quello in questione sia una palese violazione della stessa. C’è da dire che la visione europea è orfana di un’analisi realista sulla situazione bellica, propria invece del piano di Trump. Gli ucraini resistono a fatica e non riescono più ad avanzare, già della fallimentare controffensiva del 2023. Basterebbe già questa osservazione per comprendere che siamo in una situazione di svantaggio e che, nella sostanza, si dovrà solo capire se possiamo subire una parziale sconfitta o una resa totale. Tornando all’accordo, riteniamo necessario considerare ed analizzare i punti 3,5,7 nel loro insieme.
Essi affrontano i temi delle garanzie post-belliche, come la sicurezza ucraina (garantita dall’estensione de facto dell’art.5 NATO e dal divieto per la Russia di invadere i suoi vicini). D’altro canto, viene vietato all’ucraina di entrare in un qualsiasi futuro nell’alleanza atlantica. Su questo punto, secondo numerosi altri giornali, gli europei hanno fatto compattamente muro riuscendo a convincere gli americani ad una modifica, che prevede la possibilità di accettazione dell’ucraina previo consenso di tutti i membri. In discussione è invece il punto 8, inerente alla possibile permanenza di truppe NATO nel paese.
Se anche su questo punto gli americani dovessero concordare, gli europei sarebbero riusciti a porre in essere una effettiva garanzia per l’Ucraina a prescindere da una futura, ma non esclusa, ammissione. Un altro grande scoglio è costituito dal punto 14. Esso prevedeva il totale scongelamento dei fondi russi in Europa, gli americani avrebbero gestito 100MLD degli stessi che sarebbero stati divisi al 50% tra Ucraina ed USA per un reciproco sviluppo interno, inoltre gli europei avrebbero investito altri 100MLD nella ricostruzione del paese. Infine, i restanti fondi, circa altri 110MLD, sarebbero stati investiti nello sviluppo bilaterale Russo-Statunitense.
Tale voce è quella che più tocca noi europei ed italiani, ed è palese come la solo esistenza di questo item sia tanto oltraggiosa quanto possibilmente rovinosa per noi. Vale la pena ricordare che la sola UE ha fornito più aiuti economici all’Ucraina rispetto agli USA, e che, a seguito del rovinoso accordo sui dazi, l’Unione non ha più soldi da poter investire senza tenere conto dei profitti. Appare quindi evidente che se tale punto dovesse rimanere invariato, rappresenterebbe la sconfitta totale dell’Europa in questa guerra e sarebbe la prova definitiva della sua inesistenza sul piano internazionale.
Sul piano territoriale pare, invece, che le frizioni siano minori. A quanto pare, la leadership ucraina ha accettato la necessità di dover perdere territori per giungere ad una pace: conta però sul supporto europeo per evitare la cessione delle aree rivendicate dalla Russia ma ancora in possesso degli ucraini. Il punto 21 del piano di Trump prevede la cessione integrale del Donetsk con la trasformazione delle aree non in controllo russo in zone demilitarizzate.
Se questo avvenisse, sarebbe un enorme regalo ai russi che otterrebbero il controllo di zone chiave e pesantemente fortificate senza neanche combattere.
Oltre a questi, sono presenti numerosi altre idee discutibili, tuttavia non avendo informazioni chiare al riguardo riteniamo superflua una loro discussione.
Cosa aspettarci dal futuro?
Una pace “giusta” ed equa, stabilita alle nostre condizioni è ad oggi impossibile. Una proposta di buon senso negoziare nel 2022, magari con un congelamento del fronte non avrebbe stoppato i morti, ma avrebbe evitato danni ulteriori o ricondotto il conflitto nella condizione precedente al 24 febbraio 2022, cioè ad una guerra di confine. Oggi invece gli ucraini sono stremati mentre, come ha sottolineato la politologa Nona Mikhelidze sulla Stampa, “La Russia è comunque nelle condizioni di proseguire la guerra per altri due anni, nonostante i colpi inferti all’economia”. Siamo quindi noi a dover cedere e, sebbene questo possa sembrare ingiusto, è la realtà del conflitto. Se volessimo ribaltare la situazione negoziale, dovremmo per assurdo accettare di entrare ancora di più nel conflitto con azioni mai viste prima come: il rimpatrio forzato di tutti gli ucraini fuggiti, l’entrata in una economia di guerra, lo sguarnimento (cioè la rimozione delle armi dai nostri eserciti per inviarle in Ucraina) dei nostri eserciti per ottenere risultati a breve termine.
Una sconfitta non vuol dire resa: il blocco occidentale ha ancora qualche carta da giocare e se sarà unito potrà ottenere delle condizioni, per l’Ucraina e sé stessa, quanto meno accettabili e un minimo compensative.
Cosa aspettarci dai prossimi incontri? Tutto o niente. Potrebbe essere un inizio di trattative serrate o ancora una volta un punto di stallo.







