
Quando la giustizia europea può restituire dignità ad una filiera tradita
Il 12 novembre 2025 il Consiglio di Stato, con la sua ordinanza n. 8813/2025, ha compiuto un gesto che — almeno simbolicamente — rappresenta una “pausa di riflessione” prima di un possibile capovolgimento normativo sui divieti alla canapa light in Italia. Con la rimessione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea delle questioni relative al divieto sulle infiorescenze, foglie, oli e resine derivati da piante di Cannabis sativa a basso contenuto di THC, il massimo consesso amministrativo italiano ammette implicitamente che qualcosa nel quadro legislativo nazionale non torna.
La genesi di un conflitto normativo
Negli ultimi anni, la disciplina nazionale — composta principalmente dalla Legge 242/2016 e dal D.P.R. 309/1990 — si è fatta via via più restrittiva. Con l’entrata in vigore del recente “decreto Sicurezza” e in particolare del suo articolo 18, lo Stato ha sancito un divieto totale alla commercializzazione delle infiorescenze di canapa, anche se prodotte da varietà certificate e con THC entro i limiti UE. Una scelta che appare punitiva, che ha colpito non un abuso, ma un’intera filiera. E questa è già una prima distorsione: la politica ha reagito a una rappresentazione simbolica — la paura della “cannabis” come entità indistinta — e non ai dati reali. Qui sta il nodo sociologico: quando la legge viene scritta sull’onda delle percezioni e non delle evidenze, a farne le spese non è solo un settore produttivo, ma la fiducia collettiva nel patto sociale.
Il pronunciamento del Consiglio di Stato: un rinvio, non un’assoluzione
Il Consiglio di Stato non annulla nulla. Ma sospende. E nel sospendere, riconosce che serve un giudice esterno: qualcuno che, al di fuori della nostra percezione collettiva distorta, valuti la compatibilità della norma con i principi fondanti dell’Unione Europea. In fondo è questo il senso della rimessione alla Corte di Giustizia: chiedere se un divieto totale possa convivere con la libera circolazione delle merci e con la definizione agricola della canapa. Dietro il linguaggio tecnico, però, si muove qualcosa di più profondo. Le società, quando sono in difficoltà, tendono a costruire capri espiatori simbolici. La canapa è diventata uno di questi: un oggetto culturalmente neutro trasformato in minaccia immaginaria.
Una possibile svolta
Se la Corte di Giustizia dovesse confermare le perplessità del Consiglio di Stato, l’Italia dovrebbe rivedere la propria normativa. Ma la portata sarebbe più ampia del semplice cambio di legge: significherebbe affermare che una politica pubblica non può basarsi sulle emozioni collettive, sull’ansia sociale o sulle pulsioni moralistiche, ma sui dati. Per la filiera della canapa, questa possibilità è più di una speranza: sarebbe la fine di una marginalizzazione subita, spesso in silenzio, da migliaia di piccoli operatori che hanno visto trasformarsi in “rischio penale” quello che fino a ieri era un lavoro agricolo riconosciuto.
Il futuro resta in bilico
Fino alla pronuncia definitiva, tutto resta come prima: un limbo. E il limbo, psicologicamente, è molto più faticoso del divieto stesso. Le imprese possono sopportare una sconfitta, ma non l’incertezza prolungata: per l’essere umano, l’indeterminazione è la condizione emotiva più corrosiva. Le neuroscienze lo confermano da anni: l’imprevedibilità attiva i circuiti dello stress più della sofferenza certa. È lo stesso meccanismo che incontriamo nelle relazioni tossiche, negli ambienti lavorativi instabili, nelle famiglie segnate dal ricatto emotivo: la precarietà, non la punizione, consuma. E in questa precarietà vive oggi l’intera filiera della canapa.
La parte invisibile
Qui entra in gioco la parte più invisibile — ma più importante — di questa vicenda.
1. La legge come specchio delle ansie collettive. La reazione politica alla canapa light è sociologicamente interessante: ci troviamo davanti a un esempio perfetto di “panico morale”, concetto elaborato dal sociologo Stanley Cohen. Un fenomeno piccolo o neutro viene amplificato fino a diventare simbolo di un pericolo collettivo. Non è la pianta che spaventa: è ciò che rappresenta nella fantasia sociale. In una società disorientata, l’oggetto “pianta” diventa maledizione, minaccia, diversivo.
2. La criminalizzazione del lavoro. Da psicologo non posso ignorare il vissuto dei piccoli imprenditori agricoli e dei rivenditori: persone che si sono ritrovate, nel giro di pochi mesi, da “innovatori” a “sospetti”. Quando lo Stato manda il messaggio implicito: “quel che fai è rischioso, forse illecito, forse devi smettere”, il lavoratore entra in uno stato di auto-sorveglianza psicologica permanente. È un fenomeno studiato: si chiama internalizzazione dello stigma. E può avere effetti depressivi, demotivazionali, perfino de-identitari.
3. L’illusione del controllo. Le politiche proibizioniste sono spesso figlie di un bisogno di controllo sociale. Quando la realtà economica sfugge di mano, quando la società cambia troppo in fretta, si inaspriscono norme simboliche per mostrare forza. Ma la forza normativa senza fondamento genera solo un messaggio culturale: “abbiamo paura del nuovo”.
4. La frattura tra cittadino e istituzioni. Molti operatori della canapa hanno raccontato — nei mesi del dibattito — un sentimento costante: sentirsi traditi dallo Stato. E questa è una ferita psicologica. Quando un cittadino percepisce l’istituzione come imprevedibile e punitiva, nasce un clima di disaffezione che non riguarda più la canapa: riguarda la democrazia stessa.
Oltre la giurisprudenza: il valore sociale
Alla fine, più della questione economica e normativa, a pesare è il tema della dignità. La dignità del lavoro agricolo. La dignità delle scelte produttive. La dignità di una filiera che chiede soltanto coerenza. Il rinvio alla Corte di Giustizia non è solo un passaggio procedurale: è un momento di sospensione che potrebbe aprire una riflessione collettiva più ampia. Su cosa consideriamo “pericoloso”. Su cosa consideriamo “deviante”. Su quanto siamo disposti a sacrificare sull’altare della paura. E soprattutto su quanto abbiamo bisogno, oggi più che mai, di politiche che non alimentino ansie, ma che si fondino sulla conoscenza, sulla razionalità e sulla fiducia.
Perché una comunità cresce non quando reprime, ma quando comprende. E la canapa — modesta, resistente, antica — potrebbe essere proprio l’occasione per impararlo di nuovo.
Egidio Francesco Cipriano
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