
Il campo largo rimane, ad oggi, un oggetto di studio politico affascinante e curioso. Non si comprende quale sia la sua linea, se non spesso e volentieri quella di ribaltare le tornate elettorali del centrodestra, e non si comprende se ci sia un filo a tenerlo unito, né come sia composto. Così, la trappola di Atreju è perfettamente riuscita: Schlein ha evitato il confronto, ha probabilmente timore di dialogare alla presenza di Giuseppe Conte, dato che ha chiamato in causa anche Bonelli e Fratoianni. Di fatto, ha evidenziato il suo bipolarismo politico e confermato una delle critiche che riceve maggiormente: non ascolta.
Appare molto lucido il post di Rocco Casalino, che non ci pensa due volte a rivolgere critiche a Schlein. Afferma di aver visto in Schlein «uno sbaglio totale», non solo per «l’offesa agli alleati», ma soprattutto per «un’occasione persa per il Paese». Secondo lui, l’idea di usare «il giochino del format a due» per imporsi come leader dell’opposizione è fallita: «La leadership non si autoproclama, non si impone con un artificio tecnico. La leadership te la riconosce una comunità politica».
A suo giudizio, Schlein ha confermato «l’immagine di un PD supponente, radical chic, che guarda gli altri dall’alto in basso», perdendo l’occasione di incalzare Meloni «sul suo fallimento: economia ferma, PIL allo zero virgola, industria in negativo e pressione fiscale in aumento».
Casalino critica anche il modo in cui la segretaria democratica ha trattato gli altri leader dell’alleanza: «Ha messo sullo stesso piano Conte – due volte premier – come fosse un Salvini qualsiasi», aggiungendo poi che «possiamo anche portare Fratoianni e Bonelli», come se fossero figure accessorie. «È un atteggiamento che irrita le basi e non costruisce leadership. Se una comunità ti percepisce come arrogante, puoi scordarti che un giorno ti riconosca una premiership».
Insomma, non bene per il Pd e nemmeno per il campo largo. Cosa emerge dalla tre giorni di Montepulciano nelle parole di Schlein?
Non solo punta a diventare premier, ma si autoproclama leader del campo largo. Il messaggio è chiaro: Conte è sotto di me. Ci si chiede, allora, come possa godere di una leadership autorevole una figura politica che si è spesso contraddetta, oppure difficile da comprendere in molti passaggi o dichiarazioni. Infatti, dentro al Pd i rapporti sono gelidi e non sembra godere di ampia autorevolezza. Le si rimprovera di ascoltare poco e di aver spostato il partito troppo a sinistra. La stessa retorica del mancato dialogo tra maggioranza e opposizione non regge più: poteva sfruttare l’occasione per mettere in difficoltà Meloni sui punti più importanti, magari calcando sulla politica interna e sui cittadini, in un momento in cui – alla luce della situazione geopolitica complessa – si parla troppo spesso di politica estera.
Se avesse accettato, sarebbero emerse le diversità tra lei e Conte, soprattutto in politica estera. Rifiutando, ha colpito gli alleati e favorito gli avversari. Parla di immigrazione, ma dice di essere contraria al Memorandum con la Libia (Minnitii, Ministro dell’Interno nel 2017), dimenticando che grazie ad esso gli sbarchi stavano diminuendo. Ucraina? Ancora non si è compreso quale sia la sua linea.
Negli ultimi giorni ha detto che “la pace in Ucraina non deve essere una resa”, e aveva assunto una linea diversa dal Movimento 5 Stelle, che è contro le armi e preferisce una via diplomatica più urgente. Nel mese di giugno scorso, però, era scesa in piazza contro il riarmo, trascinando il Pd insieme al Movimento 5 Stelle, molto diversi sul tema della guerra in Ucraina. E dato che, in politica estera spesso le posizioni del Pd coincidono con la maggioranza, quantomeno sul conflitto ucraino, non si comprende come mai scenda in piazza insieme al Movimento 5 Stelle. Insomma, il Pd è spaccato e non riesce ad assumere una postura coerente e una leadership funzionante. Male per il campo largo, un vantaggio per la maggioranza.







