
Ci sono libri che nascono per essere letti, e altri che nascono per essere detti. Monologhi contro versi appartiene a questa seconda famiglia: quella delle opere che non si limitano a essere pagine, ma diventano voce, gesto, presenza scenica, memoria emotiva di chi le incontra. Ogni parola, quando trova il suo ritmo, diventa una piccola biografia. E ogni biografia, quando si accende, domanda di essere condivisa.
Il libro è il risultato di mesi di lavoro, di scarti e ritorni, di silenzi che sono diventati ritmo. Dentro si muovono personaggi che portano addosso le loro ferite come stemmi, e le loro rinascite come sorprese. Uno dei monologhi più amari apre così:
«Ho imparato tardi che il coraggio non è un ruggito, ma un tremito che decidi di non nascondere.»
Monologhi contro versi è una raccolta volutamente irregolare, quasi un laboratorio emotivo in forma di libro. È composto da tre sezioni che dialogano tra loro come tre atti di uno stesso respiro:
Una struttura in tre movimenti: monologhi, versi e racconti
I monologhi, nati veloci, spesso scomposti, scritti sul divano in una sera qualunque ma portatori di una sincerità che non chiede permesso.
I quasi di-versi, poesie come spezie: a volte pungenti, a volte dolci, sempre capaci di spostare lo sguardo e inclinare il senso.
I racconti, brevi, essenziali, che sembrano andare “contro” ma spesso sono un modo di stare “dentro”: dentro la vita, dentro le relazioni, dentro gli inciampi che ci formano.
Le tre parti non sono compartimenti stagni: si contaminano, si inseguono, si riconoscono. Come se il lettore fosse invitato a passare da una stanza all’altra di una stessa casa emotiva, scoprendo che i muri, in realtà, sono membrane.
Il potere terapeutico della parola detta
La parola detta è più che un suono: è un atto terapeutico. In molti monologhi c’è un movimento che cura, un gesto che scioglie nodi, una confessione che diventa medicina. Come nel frammento:
«Se dico il mio dolore ad alta voce, non lo guarisco… ma almeno smette di mordermi da dentro.»
Il libro diventa così uno spazio di psicoteatro interiore in cui ogni scena è un confronto, una rivelazione, un varco. Non si legge solo con gli occhi: si ascolta, come si ascolterebbe un paziente che sta per pronunciare finalmente la frase che lo libera.
La dimensione ludica e raccontare per non rompersi
La scrittura qui è anche gioco. Gioco serio, adulto, necessario. Quel gioco che permette di far cadere le difese senza cadere noi stessi. Il lettore lo sente nei passaggi più ironici, dove la leggerezza diventa una forma di sopravvivenza per non prendersi troppo sul serio:
«A volte la vita si aggiusta da sola… se smettiamo di stringerla come un oggetto fragile e cominciamo a scuoterla come una maracas.»
Ridere, a volte, è una forma di esorcismo. È così che il libro bilancia ombra e luce, dolore e gioco, confessione e gesto liberatorio.
Storytelling: la storia che ci attraversa
Lo storytelling è l’ossatura del libro. Ogni monologo è una storia che cerca di farsi comprendere, anche quando la voce trema. C’è un filo che unisce tutti i personaggi: la loro ostinata volontà di non dissolversi:
«Non sono la somma dei miei errori. Sono la versione che tenta di guarirli.»
Raccontare significa orientarsi in un mondo che spesso non offre mappe. E questo libro è un atlante emotivo che non pretende di indicare la rotta, ma di ricordare che la rotta esiste.
Dalla pagina al palco: nasce Un palco, mille storie
Dalle pagine è nato anche un progetto scenico che debutterà in gennaio a cura di Antonello Conte: Un palco, mille storie. Non anticipo troppo, ma basta dire che i monologhi, una volta portati sul palco, non vengono rappresentati: vengono incarnati.
C’è un passaggio di uno dei testi che quasi sembra già un’indicazione di regia:
«Non guardarmi: ascoltami. Non giudicarmi: stai nella mia pausa.»
Sul palco ogni pausa diventa respiro, ogni parola diventa corpo, ogni scena diventa un piccolo rito collettivo.
Perché leggere questo libro
Perché dentro ci sono voci che sembrano parlare a ciascuno di noi, senza chiedere permesso. Perché molte frasi sembrano sussurrate da qualcuno che, nel silenzio, ci assomiglia. Perché i monologhi sono taglienti, teneri, intimi, a volte comici, ma sempre sinceri.
Per la copertina disegnata da Luciana Lato, dove ogni linea del suo tratto parla, sussurra segreti di luce e ombra e accompagna le parole come un filo invisibile tra immagine e racconto.
Perché parte del ricavato sarà devoluto a due realtà che sostengono la vita e la speranza:
AGTOE – Associazione Genitori Taranto OncoEmatologia Da anni accanto ai bambini e agli adolescenti affetti da patologie onco-ematologiche e alle loro famiglie, offrendo accoglienza, supporto psicologico, servizi dedicati e progetti di umanizzazione del reparto pediatrico di Taranto.
Karuna Home Italia ONLUS Sostiene il Centro “Karuna Home for the Disabled” di Bylakuppe (India), che accoglie bambini orfani e giovani con disabilità, garantendo istruzione, cure mediche, una vita dignitosa e la possibilità di sviluppare autonomia e speranza.
C’è un verso – uno dei più brevi – che riassume forse il cuore dell’intera opera:
«Ci sono storie che ti salvano anche se non sanno il tuo nome.»
Monologhi contro versi è questo: un libro che non pretende di essere capito, ma che chiede di essere sentito. Un invito ad ascoltare ciò che si muove sotto le parole. Un viaggio dentro il teatro interiore che tutti, in qualche modo, viviamo. E come accade per le opere che funzionano, quando la storia arriva al lettore, smette di appartenere all’autore.
Diventa di tutti.
Egidio Francesco Cipriano







