
C’è una forma di violenza che non si presenta mai come tale. Si traveste da chiarezza. Da competenza. Da “te lo spiego io”.
È l’arroganza di insegnare punteggiando, di scandire le frasi come se l’altro fosse sempre un passo indietro, inerme, da istruire.
I due punti diventano il simbolo perfetto di questa postura:
Ora ascolta.
Ora capirai.
Ora ti porto dove voglio io.
Non aprono.
Gerarchizzano.
La punteggiatura, invece di facilitare l’elicitazione – quel processo sottile in cui l’altro scopre da sé, tira fuori, emerge – diventa una lavagna. E chi scrive si mette in cattedra.
Il punto fermo, qui, non conclude: sentenzia. Non dialoga: corregge. È il segno di chi parla su qualcuno,
non con qualcuno.
E allora arrivano le frasi scandite,
didattiche, iper-corrette, piene di una calma che non è pace ma superiorità. Una punteggiatura impeccabile che però non ascolta.
È il linguaggio di chi confonde il comprendere con lo spiegare. E lo spiegare con il dominare.
Psicologicamente, è una difesa narcisistica raffinata: non ti attacco, ti istruisco. Non ti svaluto, ti chiarisco. Non ti impongo, ti guido.
Ma guidare senza consenso è solo un altro modo di trascinare.
E sì, a lungo andare stanca. Perché essere costantemente “elicitate” da qualcuno che in realtà non è curioso, ma performativo, è estenuante.
La punteggiatura diventa un manganello elegante. Virgole come colpetti sul tavolo. Punti come battiti di martelletto. Due punti come: ora ti faccio vedere come si fa.
E a un certo punto non è più questione di contenuto. Potrebbe anche dire cose giuste. Potrebbe perfino avere ragione.
Ma rompe i coglioni.
Perché nessun sentimento sopravvive a chi ti parla come se dovesse continuamente portarti alla risposta giusta, alla postura giusta, alla comprensione corretta.
L’elicitazione vera è umile.
Lascia silenzi.
Accetta deviazioni.
Non punteggia per dimostrare di sapere, ma per accompagnare.
Quando invece la punteggiatura serve a certificare chi è il maestro e chi l’allievo non richiesto, il legame muore per saturazione.
Non per conflitto.
Per sfinimento.
Perché anche il migliore dei sentimenti, messo troppo a lungo sotto una lente grammaticale, finisce per non respirare più.
E smette di imparare.
Egidio Francesco Cipriano
Foto.
Egidio Francesco Cipriano









