
La cartolina di Natale della famiglia Cohen al completo (stagione 1, episodio 13, "The O.C.", prodotto da Josh Schwartz (2004-2007), Wonderland Sound and Vision, College Hill Pictures Inc., Warner Bros. Television)
Per un numero spropositato di “Millennials” e rispettivi genitori, il teen drama “The O.C.” mantiene un posto speciale nel cuore. La serie, sviluppata da Josh Schwartz (co-autore anche di “Gossip Girl”), vide la prima messa in onda in Italia (Italia 1) il 7 settembre 2004 per concludersi – a seguito di una cancellazione conseguente a un progressivo calo d’ascolti – soli tre anni dopo, il 31 maggio 2007.
Per chi non l’ha mai guardata, specie ai tempi d’uscita, può sorprendere leggere delle righe su una serie TV di vent’anni fa (sì, ahinoi, ne sono passati così tanti). Di certo c’è un effetto malinconico che tende a “colorare di rosa” le esperienze e forme d’intrattenimento cui si è stati esposti da piccoli facendole apparire più meritevoli di quanto oggettivamente lo siano, ma in questo caso forse non è tutto qui. Perché a decenni di distanza la fanbase della serie è più attiva che mai (in nuovi format rispetto a due decadi fa, con pagine Instagram, podcast, etc.), assomigliando sempre più ai sostenitori di prodotti ben più noti e acclamati (quali “I Soprano”, la trilogia del “Signore degli Anelli” e simili giganti dell’intrattenimento su schermo). Periodicamente la classe dei ’90 (e magari persino qualche inizio 2000) si tuffa nel rewatch della serie su Ryan, Marissa, Summer e la famiglia Cohen. Quale sarà mai il motivo principale per un sostegno simile?
Natale potrebbe essere paradossalmente la risposta all’arcano. A primo avviso sembra piuttosto fuori luogo associare “The O.C.” al Natale: c’è poco di più lontano dalle atmosfere nevose, notturne e gremite tipiche delle ambientazioni della East Coast, così adatte a mostrare affreschi natalizi su schermo. Eppure, per chi ha un occhio acuto e un cuore aperto, l’anima del Natale è rappresentato con profondità nella serie sull’assolata Orange County. E il motivo della sopravvivenza di quest’ultima nell’animo di molti di noi è strettamente collegato allo spirito natalizio.
Specie chi apparteneva al target di riferimento della serie al momento dell’uscita –frequentando all’epoca le scuole medie o superiori – ora è cresciuto, è sulla soglia dei trent’anni o li ha da poco superati. Se all’epoca ci si immedesimava per motivi ovvi col giovane geek Seth o il tormentato ma rettissimo Ryan, con le rispettive compagne, oggi si è più spinti a rivederci negli indaffarati Sandy e Kirsten Cohen, o persino Julie Cooper, così attenta a rimanere sulla cresta dell’onda quanto a sbarcare il lunario. Nel mondo reale, i ritmi di vita divengono esponenzialmente più veloci e con essi aumentano anche le responsabilità di chi all’epoca era un ragazzo spensierato. Lo studio, il lavoro, magari i primi doveri familiari assorbono gran parte delle energie dei “Millenials” che si riunivano religiosamente per guardare Ryan incendiare case, Seth affrontare sbronze e insicurezze con le ragazze o Marissa perdere i sensi in un vicolo a Tijuana (… e che splendore il fotogramma di Ryan con lei fra le braccia, una – forse inconscia, lo ammettiamo – rievocazione della Pietà di Michelangelo, immagine-presagio del finale tragico della terza stagione).
Eppure, ad un certo punto si deve rallentare, riprendere respiro e guardare chi ci circonda con sguardo d’affetto, magari simile a quegli occhi innocenti di vent’anni fa. Natale è il momento per riabbracciare famigliari e amici, godere del calore della reciproca compagnia, magari anche avere un pensiero per i meno fortunati o per chi non c’è più. Questo “senso del passato”, questa sensazione dolce-amara accomuna “The O.C.” e il Natale, anzi… la serie – già all’epoca – sembrava voler evocarla col finale della puntata del Christmukkah nella prima stagione, con quella carrellata in avvicinamento alla cartolina di Natale della famiglia Cohen riunita davanti al fuoco. Non sono immagini di un sentimentalismo affettato, ma di affetto genuino. Un affetto che perdura, stando al video di fine ottobre che ha inquadrato Ben McKenzie e Peter Gallagher (nella serie Ryan e Sandy) alla prima a Broadway di “Liberation”. La pacca sulla spalla, a tanti anni di distanza, da parte del padre “in-fiction” avrà emozionato i due attori almeno quanto tutti i fan della serie.

La “nostalgia” è spesso intesa come un sentimento struggente (l’etimologia greca rimanda letteralmente al “dolore del ritorno a casa”), ma non deve esserlo necessariamente. “The O.C.” insegna che si può ritrovare oggi l’appagamento nella semplicità, nella fedeltà, nel lottare di fronte alle vicissitudini quotidiane e, soprattutto, nello spirito della famiglia, amicizia e amore. È un messaggio profondamente cristiano e giudaico (così affine al Cristmukkah di Seth), ma vale anche per i laici e i non-credenti. È il simbolo del calore della casa, della sicurezza, della vita tenera del focolare domestico.
Non è un’invenzione sentimentale post-moderna. Quando il noto psicanalista Carl Gustav Jung costruì una seconda casa lungo il lago di Zurigo (la “Torre” di Bollingen), lontana dagli impegni frenetici di un medico di città, lo fece avendo in mente (o forse, a cuore) proprio un simile immaginario emotivo, fondamentale per l’uomo. Rappresentava infatti, nelle sue parole, “il focolare materno” e non a caso ne cominciò la costruzione poco dopo la scomparsa di sua madre. La casa è il calore, il senso di sicurezza materno, la rigenerazione dalle ferite della lotta per diventare qualcuno nell’incerto mondo esteriore, la riscoperta del nostro sé profondo. Così il Natale: ci si rifugia dal freddo esterno coi rapporti umani, con le feste e il cibo, ma anche con la semplicità del raccoglimento. È semplicità che insieme commuove e motiva, perché come “The O.C.” rimane sempre lì perché si possa tornare ad essa. E la famiglia Cohen, con la sua dedizione continua, affetto e sentimento sconfinato di umanità, sembra essere il prototipo (forse Jung avrebbe preferito archetipo) supremo di questa genuinità elementare.

Non sempre le serie TV e i film devono essere grigi e spenti (colori prediletti per molte produzioni di punta dei giganti dello streaming), violenti e cinici. C’è un altro lato nella creatività, così come nella vita. Colori vividi, battute semplici, dedizione per gli altri possono essere mezzi espressivi altrettanto validi per conservare valori antichi quanto l’uomo. Sicuramente più risalenti della stessa invenzione del cinema e della televisione. In questo “The O.C.” è riuscito magistralmente. Ed è per questo motivo – fra gli altri – che non vediamo l’ora di rituffarci in un rewatch, di rientrare nella casa sulla collina dei Cohen, che più di vent’anni fa accoglieva lo sfortunato Ryan Atwood, rifiutato da sua madre. Ma il giovane aveva trovato un’altra “madre”, una nuova famiglia, una nuova casa per dargli amore.
“What makes a house grand, oh, it ain’t the roof or the doors / If there’s love in a house, it’s a palace for sure” cantava Tom Waits, perchè altrimenti è solo una casa fredda, “a house where nobody lives”.






