
L’America ci chiede chiarezza, noi cosa chiediamo a noi stessi?
C’è un momento, nella storia dei Paesi, in cui la trasparenza non è più un valore: diventa un requisito. Negli Stati Uniti questo momento è arrivato da un pezzo, ma noi europei ce ne accorgiamo solo ora — quando l’onda supera la battigia e ci sfiora i piedi. E allora iniziamo a scandalizzarci, a gridare alla sorveglianza, a evocare il Grande Fratello digitale come fosse un fantasma improvvisamente materializzatosi davanti ai nostri occhi. Eppure non è nuovo, né improvviso. Dal 2019, chi richiede un visto per gli Stati Uniti deve dichiarare tutti i profili social usati negli ultimi cinque anni. Niente password, certo, ma username, piattaforme, tracce. Un archivio di noi stessi che non sapevamo fosse così importante, finché qualcuno non ci ha chiesto di consegnarlo. Non solo: da qualche mese sono in fase avanzata i progetti per estendere questa procedura anche ai viaggiatori con ESTA, cioè ai normali turisti. Non è ancora legge, ma è nell’aria, spinta da ragioni di sicurezza nazionale che un americano ti spiega così: “Abbiamo il diritto di sapere chi entra in casa nostra.”
È crudele? È legittimo? È la domanda sbagliata.
La domanda vera è: noi europei siamo davvero messi meglio? O semplicemente siamo più eleganti nel non dirlo?
L’America chiede, l’Europa conserva. In silenzio.
Mentre ci indigniamo per il fatto che gli Stati Uniti ci chiedano i nostri profili social, in Italia abbiamo una delle normative sulla data retention più invasive d’Europa. Il D.Lgs. 109/2008, prorogato e ampliato negli anni successivi, impone agli operatori telefonici di conservare il traffico telefonico e telematico degli utenti fino a 6 anni per ragioni di giustizia e sicurezza. Non solo: in alcune circostanze, soprattutto quando c’è un’indagine aperta, vengono trattenuti metadati completi — da dove ci si connette, quando, con chi ci si collega. E nessuno ce lo chiede. Nessuno ci invita a compilare un modulo. Semplicemente accade.
In Europa, inoltre, stanno andando avanti le pressioni per rendere obbligatoria — o quantomeno tecnicamente possibile — la scansione preventiva delle chat private, con il pretesto della lotta agli abusi. Una misura che, se approvata nella forma più radicale, segnerebbe il punto di non ritorno: le nostre conversazioni intime, scansionate da algoritmi “per la nostra sicurezza”. E allora, onestamente: come possiamo scandalizzarci per ciò che accade negli USA, quando qui — sotto il mantello di un paternalismo silenzioso — rischiamo l’invasione più grande, proprio quella che non ci viene chiesta ma imposta? Negli Stati Uniti, almeno, ti guardano negli occhi e ti dicono: “Dammi ciò che ti riguarda.” Qui, la tracciatura avviene dietro un vetro opaco, senza un vero dibattito pubblico, senza che la gente si renda conto della portata del fenomeno.
Ma c’è un’altra verità, più personale.
Io non posso parlare degli Stati Uniti senza che qualcosa, dentro, mi si muova. Perché, da quelle terre che oggi giudichiamo con facilità, un giorno è arrivato l’aiuto che ha salvato la vita di mio fratello . Una possibilità che qui in Italia non esisteva, o esisteva solo sulla carta. E da quelle stesse strade — New York, la mia seconda pelle per lunghi periodi — ho ricevuto insegnamenti che nessuna università italiana avrebbe potuto darmi. Una mentalità più aperta, più diretta, più radicale nel suo modo di affrontare la vita. Per questo fatico a unirmi al coro facile dell’indignazione. La complessità, una volta che la incontri davvero, non te la scolli più.
Ma veniamo al punto: cosa significa davvero consegnare cinque anni di social?
Significa permettere alle autorità statunitensi di osservare:
il nostro linguaggio pubblico, le reti di contatti, gli interessi, il modo in cui reagiamo al mondo, i gruppi in cui siamo stati attivi, le conversazioni che abbiamo reso pubbliche o semi-pubbliche.
Non leggono i messaggi privati, non hanno le password, non accedono alle chat. Ma mettono insieme il mosaico del nostro “profilo psicologico digitale”. Per alcuni è una violazione. Per altri, è il prezzo della sicurezza. Per me, è un campanello d’allarme. Non tanto per ciò che fanno loro, ma per quello che stiamo permettendo di fare noi — e senza fiatare.
La verità è che giudichiamo ciò che è esplicito e ignoriamo ciò che è nascosto.
Ed è questo che mi inquieta.
Diciamolo onestamente
E allora sì, alziamo pure la voce contro l’America che chiede i nostri profili social, contro l’idea che qualcuno possa rovistare tra cinque anni di tracce digitali. Ma facciamolo con onestà, sapendo che qui in Europa abbiamo costruito sistemi di sorveglianza silenziosi, che non ti chiedono il permesso: semplicemente ci sei dentro. E mentre puntiamo il dito, ricordiamoci che a volte i Paesi che più temiamo sono quelli che, in un modo o nell’altro, ci hanno salvato la pelle. Io, almeno, questo non posso dimenticarlo. Gli Stati Uniti hanno salvato la vita di mio fratello quando qui non c’era speranza lo hanno incluso quando qui era un problema da risolvere o da dimenticare. Mi hanno accolto in una New York che mi ha insegnato più di quanto qualsiasi aula italiana avrebbe potuto fare. E non lo dico per retorica: lo dico perché la gratitudine, quando è vera, brucia come un marchio sottopelle. Ecco perché non riesco a unirmi al coro facile dello scandalo indignato. Perché conosco la complessità. Perché so che la libertà è sempre un equilibrio sottile tra ciò che proteggiamo e ciò che siamo disposti a mostrare.
E allora no, non sono qui per giustificare nessuno. Ma per dire una cosa semplice, forse impopolare: prima di giudicare il mondo, guardiamo il nostro stesso riflesso. Perché a volte il pericolo non è ciò che ci chiedono di dichiarare, ma ciò che accade quando nessuno ci chiede più niente. E ci sorveglia lo stesso.
E in fondo, lo ammetto: una parte di me è ancora lì, tra le strade di Manhattan, a imparare, a respirare la libertà che fa paura perché è vera. Una libertà che oggi rischiamo di perdere, non per colpa degli Stati Uniti… ma per la nostra stessa distrazione.
E se esiste un modo per salvarla, forse è questo: ricordare ciò che dobbiamo dire, ma soprattutto ciò che non possiamo permetterci di dimenticare.
Egidio Francesco Cipriano
Fonti
1. Policy ufficiale del Dipartimento di Stato USA sui social media
https://www.state.gov/visas/
(Sezioni DS-160 e DS-260 – Social Media Identifiers)
2. Proposta di estendere la verifica ai turisti ESTA
El País – Analisi dettagliata
https://english.elpais.com/usa/2025-12-10/us-plans-to-review-up-to-five-years-of-the-social-media-history-of-foreign-travelers.html
3. Approfondimento legale e critico
Fragomen – Studio legale internazionale
https://www.fragomen.com/insights/visa-applicants-now-required-to-disclose-social-media-use-prior-contact-information.html
4. Annuncio e contesto internazionale
VNExpress – Riepilogo della misura
https://e.vnexpress.net/news/news/us-requires-visa-applicants-to-reveal-all-social-media-usernames-from-past-5-years-4905745.html
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