
Dopo tensioni accumulate da mesi e settimane tra Stati Uniti e Venezuela, stanotte la capitale Caracas ha tremato sotto il peso delle bombe e del terrore. Il presidente statunitense Donald Trump ha compiuto un attacco militare su larga scala, mirato a rovesciare il regime di Maduro, con un occhio sempre vigile sulle riserve petrolifere del Venezuela. L’attacco ricalca quanto già avvenuto nella guerra dei 12 giorni tra Stati Uniti e Iran, al culmine di un violento bombardamento coordinato dagli Stati Uniti presso i siti dove si presumeva fosse presente l’arsenale nucleare.
In risposta, Maduro ha dichiarato lo stato di emergenza, mentre – secondo le dichiarazioni di Trump – sarebbe stato portato via dal paese, dopo essere stato arrestato insieme alla moglie Cilia Flores. La coppia è stata incriminata nel distretto meridionale di New York, e il Procuratore generale degli Stati Uniti Pam Bondi ha annunciato che “presto affronteranno l’ira della giustizia americana sul suolo americano, nei tribunali americani.”
Alle ore 11 (17 ora italiana), il presidente Trump farà una conferenza stampa presso la sua residenza in Florida per spiegare i dettagli dell’operazione. La vicepresidente venezuelana Rodriguez ha riportato che il governo non sa dove si trovi Maduro, e ancora adesso ci sono dettagli dell’operazione incerti e che richiamano alla prudenza. Come riporta Ispi, l’attacco era prevedibile e inserito in un contesto di forte escalation. Gli Stati Uniti avevano adottato uno dei più grandi dispiegamenti militari al largo delle coste dei Caraibi, mentre Washington aveva condotto degli attacchi contro presunti traffici di droga e spesso senza l’autorizzazione del Congresso.
Il Venezuela, ora, potrebbe entrare in una fase di profonda incertezza e prepararsi alla possibilità di un regime change. La dinamica è destabilizzante per l’intera area dell’America Latina, anche e soprattutto per l’utilizzo della forza militare. Tra le cause principali, oltre all’ostilità degli Stati Uniti nei confronti del regime di Maduro, la presenza di giacimenti petroliferi e di un’esportazione che causa una temibile concorrenza al mercato statunitense. La storia degli ultimi 25 anni ha mostrato come gli Stati Uniti siano stati protagonisti di invasioni, colpi di stato e tensioni, proprio a causa del petrolio o di regimi che avevano intenzione di rovesciare. Il violento attacco in Nigeria, anche se condotto con una giustificazione legittima, lascia intendere che sia parte di una serie di interventi destabilizzanti nell’area del Medio Oriente, dopo l’Iran e la guerra a Gaza.
L’attacco di stanotte ci ricorda l’invasione dell’Iraq nel 2003 e le parole del segretario di Stato Usa Colin Power:” Gli Stati Uniti non possono far correre questo rischio al popolo statunitense. Lasciare Saddam in possesso di armi di distruzione di massa per altri mesi o anni non è un’opzione, non dopo l’11 settembre.” Da lì, l’operazione militare Irqi Freedom, avvenuta senza autorizzazione internazionale e in violazione del diritto internazionale. Il principio utilizzato è il medesimo, cioè quello della guerra preventiva. Un principio che contrasta totalmente il diritto internazionale, e protagonista di alcuni interventi bellici sotto la mano degli Stati Uniti. Il risultato? Sempre lo stesso, cioè una grande destabilizzazione dell’area e lo scoppio di rivolte alimentate da resistenze armate.
I dettagli potranno chiarire ulteriori dinamiche, ma resta certo che la cattura di Maduro condurrà ad una fase di incertezza e tensione per l’area e per il Venezuela.
Fonte immagine: Heute.at (licenza creative commons)







