
Il 10 gennaio 1881 nacque a Vienna Hanns Sachs, una delle figure più originali eppure spesso trascurate della prima psicoanalisi. Sachs fu fra i primi analisti formati da Freud, amico intimo del maestro e collaboratore nella diffusione delle idee analitiche: nel 1939 fondò American Imago, rivista pensata per riunire gli analisti freudiani e confrontarsi con la cultura e le scienze sociali. Freud descrisse Sachs — anche se lo aveva conosciuto relativamente tardi — come “un uomo in cui ripongo fiducia illimitata”. Curiosamente, Sachs morì lo stesso giorno del suo compleanno, il 10 gennaio 1947, simbolicamente chiudendo un cerchio che lo legava intimamente alla storia della psicoanalisi.
La nascita del Comitato Segreto
Nel 1912, la psicoanalisi freudiana si trovava in un momento di svolta. Dopo le uscite di Alfred Adler e Wilhelm Stekel, la relazione con Carl Gustav Jung — fino ad allora considerato l’erede “spirituale” di Freud — mostrava fratture profonde, teoriche e personali. Jung pubblica Wandlungen und Symbole der Libido (1912) e si distacca progressivamente dall’ortodossia freudiana. In questo clima, Ernest Jones propose a Freud la creazione di un gruppo interno di analisti fedeli, con l’obiettivo di sorvegliare lo sviluppo della teoria e proteggere la linea freudiana da deviazioni, personalismi e scismi. Freud accettò, scrivendo a Jones che l’idea del “consiglio segreto” lo aveva colpito e che esso serviva a custodire il futuro della psicoanalisi e difenderla da “personalità e incidenti” quando egli non ci fosse più. Il Comitato fu formalmente costituito nel 1912–1913 e i suoi membri fondatori furono:
- Sigmund Freud
- Ernest Jones (presidente effettivo)
- Sándor Ferenczi
- Otto Rank
- Karl Abraham
- Hanns Sachs
Successivamente, nel 1919, si aggiunse Max Eitingon e nel 1924 Anna Freud, figlia del fondatore. La prima riunione ufficiale si tenne il 25 maggio 1913, quando Freud offrì a ciascun membro una pietra antica intagliata, montata su un anello d’oro — gesto che giustificò il nome informale del gruppo: “The Secret Ring” (L’anello segreto). Il giuramento implicito era che nessun membro avrebbe pubblicato teorie in contrasto con i principi fondamentali della psicoanalisi senza prima discuterle con il Comitato stesso. Oltre ai meeting periodici, il Comitato sviluppò l’uso di lettere circolari (Rundbriefe): documenti scambiati tra i membri per discutere criticamente pubblicazioni, questioni interne, strategie istituzionali e alleanze. Le Rundbriefe diventarono un corpus fondamentale per capire dinamiche, alleanze, tensioni e persino rivalità nella psicoanalisi.
Il senso storico e le contraddizioni interne
Da un punto di vista storiografico, il Secret Committee rispondeva a una logica conservatrice: tutelare un patrimonio teorico che rischiava di disgregarsi proprio nel momento in cui, nel campo scientifico, nasceva il dibattito più ampio sulla psicologia dell’inconscio. Tuttavia, questa istituzione — pur fondata da un uomo che aveva dedicato la sua vita all’esplorazione delle profondità sconosciute della mente — si pose contro le stesse istanze di libertà epistemologica che avevano animato la sua avventura scientifica. La creazione di una sorta di circolo interno, con simboli (gli anelli), giuramenti non formalizzati e un principio di cooptazione, può essere letta anche come una strategia difensiva dinnanzi alla storia e alla possibile erosione del pensiero freudiano. C’è chi la interpreta come una forma embrionale di dogmatismo, altro da quello che potremmo idealmente associare a una “scienza della mente”. Questo comportamento non era privo di implicazioni psicologiche: da un lato testimonia la preoccupazione di Freud di fronte alle “deviazioni” teoriche; dall’altro introduce una dinamica di potere, di esclusione e di protezione dell’ortodossia, che contraddice — almeno nella forma — l’idea di apertura e di esplorazione dell’inconscio umano.
Jung: rottura, idealizzazione e trauma relazionale
La separazione tra Freud e Jung non fu solo una disputa teorica; fu un evento emotivo e relazionale centrale nella storia della psicoanalisi. La corrispondenza tra i due — raccolta in The Freud/Jung Letters — rivela un rapporto segnato da idealizzazione reciproca, grandiosità narcisistica e progressiva disillusione. Jung, una volta considerato da Freud come possibile erede naturale al vertice dell’International Psychoanalytic Association, cominciò a definire una propria visione psicologica (psicologia analitica), meno centrata sulla sessualità e più orientata a simboli, archetipi e dinamiche collettive. La rottura definitiva con Jung, favorita anche dalla costruzione del Comitato e dall’intento di isolare la sua influenza, rappresenta una ferita importante nella storia relazionale e istituzionale del movimento psicoanalitico. La dinamica di rifiuto, idealizzazione e successiva separazione, tipica nei traumi narcisistici, è qui presente su scala storica: il disaccordo teorico diventa rifiuto dell’altro e perdita di un ideale condiviso.
Psicoanalisi e principi epistemologici: una tensione irrisolta
La psicoanalisi freudiana — come sistema teorico e clinico — si propone di affrontare l’inconscio, il sogno, i processi mentali profondi e l’interpretazione dei fenomeni psicologici più sottili. Tuttavia, la sua strutturazione istituzionale ha spesso mostrato una tensione tra apertura epistemologica e chiusura dogmatica. Critici e storici della scienza, quali Adolf Grünbaum e altri filosofi della mente, hanno evidenziato come la psicoanalisi presenti difficoltà sistematiche dal punto di vista della falsificabilità e del metodo scientifico moderno: molte formulazioni teoriche non sono verificabili con gli strumenti standard della ricerca empirica, rendendo complicata la collocazione della psicoanalisi nella comunità scientifica contemporanea. (Nota: approfondimenti critici su Grünbaum, Popper, ecc.). La creazione di un organo interno di controllo teorico — come il Comitato — non ha aiutato a superare questa tensione, pur essendo una risposta alle sfide interne di coerenza dottrinale.
L’analisi oggi: fattibilità, tempo e cultura digitale
Arriviamo allora alla domanda cruciale: la psicoanalisi è ancora fattibile oggi? Viviamo in un mondo dominato dalla velocità del “swipe”, dalla brevità dei contenuti e dalla richiesta di soluzioni rapide ai disagi psicologici. In tale contesto, la terapia psicoanalitica — che richiede tempo, investimento emotivo, costanza e approfondimento delle dinamiche profonde dell’Io e delle relazioni oggettuali — sembra un anacronismo. Non è solo una questione di costi o di durata delle sedute: è una questione di cultura, di attenzione profonda alla complessità umana, di disponibilità a tollerare l’incertezza, l’ambivalenza e l’esplorazione delle zone d’ombra della psiche.
Psicoanalisi e società del tempo breve
Se il mercato culturale favorisce terapie brevi, tecniche manualistiche o interventi orientati ai sintomi, la psicoanalisi tradizionale resta un’alternativa che richiede scelta consapevole, tempo e presenza mentale. Il rischio è che sia percepita come:
- Riservata a pochi eletti, economici o culturali.
- Un simbolo di distinzione sociale o di élite intellettuale — anziché uno strumento clinico utile a chiunque.
Narrazione o referenza clinica?
In un’epoca in cui molte forme di auto‑riferimento e auto‑espressione (incluso l’uso mainstream del concetto di “narcisismo”) diventano segni di status culturale, la pratica psicoanalitica rischia di essere reinterpretata come ostentazione narcisistica o come repertorio di narrazioni interiori affascinanti ma non necessariamente trasformative. Questo non significa negare il valore clinico della psicoanalisi — che in molti casi ha prodotto risultati terapeutici profondi e duraturi — ma piuttosto interrogarsi su chi ha accesso a questa pratica, con quale funzione e con quali criteri di efficacia.
Interrogativi aperti
La storia del Secret Committee ci mostra una psicoanalisi preoccupata di custodire un edificio teorico e istituzionale, pur essendo nata come disciplina esplorativa dell’inconscio. Questa tensione è ancora viva:
- L’analisi è oggi compatibile con i ritmi, i costi e le aspettative del pubblico contemporaneo?
- È un’opzione terapeutica reale per chi soffre, o un’esperienza limitata a chi può permettersela?
- Può la psicoanalisi integrarsi con approcci evidence‑based e con le neuroscienze senza perdere la sua ricchezza concettuale?
- O rischia di rimanere una pratica culturale di élite, intrappolata in retoriche simboliche e narcisistiche più che in efficacia clinica verificabile?
Queste domande non cercano risposte facili, ma riflettono il bisogno di una psicoanalisi che possa confrontarsi con il presente senza rinnegare la profondità del suo passato.
Egidio Francesco Cipriano
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