
“Ho raccontato la verità, la mia verità”
“Per molto tempo ho creduto che la domanda giusta fosse una sola, semplice e ostinata: perché non confessa?
Perché continua a negare, a minimizzare, a distorcere, anche quando i fatti sono evidenti, quando il dolore è stato nominato, quando le conseguenze sono ormai irreversibili? Perché si comporta come se nulla fosse accaduto, come se le parole pronunciate, i silenzi strategici, le sparizioni improvvise, non avessero lasciato ferite?
All’inizio mi sembrava una questione morale. Poi clinica. Infine giudiziaria.
Solo molto più tardi ho compreso che quella domanda, pur legittima, mi teneva ancora dentro la relazione. Era una domanda che continuava a ruotare attorno all’altro, al suo funzionamento, alla sua eventuale ammissione di colpa. In altre parole, mi teneva ancora in guerra.”
Dal punto di vista psicologico, la mancata confessione nelle strutture narcisistiche non è quasi mai una scelta lucida o una strategia cinica nel senso comune del termine. È, molto più spesso, una impossibilità strutturale. Il soggetto con funzionamento narcisistico patologico non possiede un’identità stabile e integrata, ma un Sé difensivo, grandioso, costruito per tenere lontani vergogna, vuoto, senso di indegnità. Confessare, per lui, non significa dire la verità: significa perdere la coerenza di quel Sé, crollare sotto il peso di ciò che non può essere tollerato.
La confessione richiederebbe responsabilità interna, integrazione della colpa, riconoscimento del limite. Ma lì sotto non c’è un colpevole pronto a espiare: c’è un abisso psichico. Per questo, più che di menzogna deliberata, dovremmo parlare di collasso evitato.
Eppure, ed è qui il paradosso che spesso sfugge, anche quando non confessano, confessano. Lo fanno tra le righe. Lo fanno nei lapsus, nelle contraddizioni, nelle narrazioni che cambiano versione, in quel modo a volte sadico, a volte grandioso, con cui finiscono per mostrare il loro funzionamento.
Non dicono: “ho fatto questo“. Dicono: “non potevo fare altrimenti“, oppure “sei tu che mi hai provocato“, o ancora “alla fine ne uscirò comunque“. Non è pentimento, non è riparazione. È controllo narrativo.
Il narcisista non vive nella verità, vive nell’immagine. E perdere il controllo dell’immagine significa diventare oggetto del racconto altrui, non più soggetto. È una posizione intollerabile. Comprendere questo non serve a giustificare, né a minimizzare i danni, né tantomeno a riavvicinarsi. Serve a smettere di aspettarsi ciò che l’altro non può dare.
A un certo punto, e non è un passaggio indolore, ho smesso di chiedermi perché lui o lei non confessasse. E ho iniziato a pormi una domanda molto più scomoda, molto più fertile:
Quale bisogno profondo, con cui non ero apertamente in contatto, ha trovato soddisfazione in quella relazione?
Dal punto di vista clinico, nessun narcisista entra davvero in una relazione senza trovare una fessura. Non crea il vuoto: lo intercetta. Intercetta il bisogno di essere visti, la fame di riconoscimento, la speranza di essere finalmente scelti, la ferita antica che sussurra: “se resisto ancora un po’, forse questa volta l’amore arriverà.”
È qui che spesso si consuma l’equivoco più grande: trasformare la relazione in una guerra. Smascherare, dimostrare, ottenere una confessione, una resa, un’ammissione finale. Ma combattere il narcisista significa restare sul suo terreno, accettarne le regole, continuare a nutrire il legame.
Non di rado questa dinamica produce un effetto collaterale subdolo: quello che potremmo definire narcisismo di ritorno. La vittima che, per non sentire più il dolore, si irrigidisce in una posizione morale superiore. La sofferenza che diventa identità. La guarigione che si trasforma in giudizio o per paradosso agisce per un po’ nello stesso modo
Non fraintendermi: non sto dicendo che chi soffre diventa narcisista. Sto dicendo che il rischio è quello di costruire un nuovo Sé difensivo, solo con segno opposto. Non è integrazione. È solo una nuova armatura.
Dire che queste persone sono malate non significa assolverle. Significa smettere di demonizzarle, perché la demonizzazione è un altro modo per restare agganciati.
La distanza, in molti casi, è necessaria, a volte vitale. Ma c’è una distanza ancora più importante: quella dalla parte di noi che continua a cercare spiegazioni, risarcimenti emotivi, confessioni tardive. Perché è lì che la guerra continua. Detto senza cinismo e con rispetto per il dolore: questi incontri sono stati anche una rivelazione. Hanno trovato i nostri punti deboli e li hanno usati. Ma, più di ogni altra cosa, ce li hanno mostrati.
Scherzosamente si potrebbe dire: anni di analisi o di terapia risparmiati. In realtà è qualcosa di più serio e più profondo: la possibilità di conoscere se stessi senza più delegare all’altro la responsabilità del proprio mondo interno.
La sofferenza non ci è stata semplicemente inflitta. È stata attivata. E ciò che viene attivato, se visto, può essere attraversato e integrato. Senza inasprirsi. Senza irrigidirsi. Senza costruire un’identità fondata sulla ferita.
L’uscita non è la vittoria sull’altro. È il silenzio interiore.
Non quello punitivo, ma quello in cui l’altro smette di abitare i nostri pensieri. Quando non cerchiamo più dialoghi riparativi che non arriveranno, quando non immaginiamo più confronti chiarificatori che servirebbero solo a riaprire il campo di battaglia.
Non è perdono morale. È igiene psichica.
Il narcisista forse non cambierà mai. Noi sì.
Ed è da questa consapevolezza che nasce il lavoro che ho raccolto nel mio prossimo libro, L’arte di non fare la guerra al narcisista, disponibile da aprile su Amazon e in seguito nelle librerie.
Non un manuale di vendetta, non una guida per smascherare, ma un percorso narrativo e terapeutico ispirato all’arte della guerra di Sun Tzu. Perché è necessario uscire dalla guerra, sottrarre energia al conflitto, integrare ciò che è stato attivato — e tornare a casa dentro se stessi.
Non per perdonare, non per dimenticare.
Ma per smettere di combattere su un terreno che non è mai stato il nostro.
Perché la vera vittoria, nelle relazioni come nella vita, è non combattere, tantomeno sul terreno del nemico.
Egidio Francesco Cipriano
immagine Egidio Francesco Cipriano (diritti riservati)










