
Donne torturate perché donne
La prima cosa che le chiesero non fu il nome. Il nome si può cambiare, cancellare, storpiare nei verbali. Le chiesero da quanto tempo non dormiva.
— «Dormo poco.»
— «Da quando?»
— «Da sempre.»
L’uomo scrisse. Dormire poco significava pensare troppo. Pensare troppo, per una donna, era già una deviazione.
— «Parli mai da sola?»
Lei esitò. Non per paura, ma per memoria.
— «Quando ero bambina.»
— «E ora?»
— «Quando nessuno mi ascolta.»
La penna si fermò un istante. Parlare da sola significava non essere sufficientemente occupata da un ruolo. O forse essere abitata da qualcosa di troppo.
— «Sai perché sei qui?»
— «Perché non rientro.»
Non disse dove. Non disse in cosa. Non ce n’era bisogno. In quel momento comprese che il suo corpo non le apparteneva più. Era diventato un indizio. Un luogo da interrogare. Una superficie su cui scrivere una colpa.
La storia delle donne torturate comincia sempre così: non con il fuoco, non con la catena, ma con una definizione.
Prima della colpa: il tempo in cui il femminile sapeva
Molto prima che la donna fosse colpevole, era necessaria. Custodiva un sapere che non passava dai testi, ma dai gesti, dall’osservazione, dalla relazione. Sapeva quando un parto si sarebbe complicato, quando un’erba avrebbe alleviato il dolore, quando il corpo stava cedendo e non andava forzato. Era un sapere non gerarchico, non astratto, non centralizzabile. Proprio per questo risultava intollerabile a ogni sistema che aspirasse al controllo. La donna che sa senza autorizzazione non è solo autonoma: è inassimilabile. Quando le società si organizzano attorno a strutture patriarcali più rigide, e quando il sacro viene progressivamente separato dalla vita quotidiana per essere amministrato da un’istituzione, quel sapere diventa ambiguo. Poi sospetto. Infine pericoloso.
Non è ancora persecuzione. È preparazione.
La colpa come struttura psichica
Il cristianesimo occidentale non inventa la colpa femminile, ma la rende sistematica. Eva non è un mito remoto: diventa una lente interpretativa. Ogni donna reale viene letta come potenzialmente deviata, più esposta al desiderio, meno affidabile nella ragione. Col tempo, questa visione produce un effetto psichico profondo: la donna interiorizza lo sguardo che la giudica. Il controllo non è più solo esterno, ma introiettato. La colpa smette di essere un evento e diventa una postura dell’anima. È qui che il terreno è pronto. Non per la violenza improvvisa, ma per quella legittimata.
L’Inquisizione: il trauma che diventa metodo
Con l’Inquisizione, il sospetto si fa procedura. La sofferenza entra nel diritto. Il corpo, soprattutto quello femminile, viene interrogato come se potesse tradire una verità nascosta. Il Malleus Maleficarum non è solo un manuale giuridico: è un testo che costruisce un’immagine psicologica della donna come essere internamente instabile, incline all’inganno, permeabile al male. Non serve dimostrare ciò che ha fatto. Basta affermare ciò che è. La tortura non serve soltanto a ottenere confessioni. Serve a spezzare il legame tra la donna e il proprio sentire. Dopo la tortura, molte confessano cose mai pensate. Non per menzogna, ma per collasso psichico. La dissociazione diventa una strategia di sopravvivenza.
Qui nasce un trauma che non riguarda solo le vittime dirette. Nasce una lezione collettiva.
La caccia alle streghe: un trauma transgenerazionale
Tra il XV e il XVII secolo l’Europa attraversa una delle più vaste operazioni di violenza sistemica contro le donne. Non è isteria collettiva, ma un dispositivo che intreccia crisi economiche, trasformazioni sociali, controllo dei corpi e della riproduzione. Le donne accusate sono per lo più povere, anziane, sole. Non perché potenti, ma perché senza protezione. La loro eliminazione ha una funzione simbolica: mostrare cosa accade a chi non rientra. Questo trauma non si esaurisce con la fine dei roghi. Come ogni trauma profondo, non simbolizzato, si trasmette. Non come racconto, ma come silenzio. Come paura senza nome. Come autocensura del desiderio e del sapere.
La strega bruciata diventa la nonna che tace. La figlia che si adatta. La nipote che somatizza.
Dopo il fuoco: la scienza eredita il controllo
Quando l’Illuminismo spegne i falò, non spegne il bisogno di normalizzare. Cambia il linguaggio. La strega diventa isterica. La possessione diventa patologia. Il demonio diventa utero. Nel XIX secolo, la medicina e la psichiatria assumono un ruolo che ricalca quello dell’Inquisizione: classificare, osservare, correggere. Il dolore viene separato dalla storia che lo ha prodotto. Il sintomo diventa il problema, non la risposta a una violenza. Molte donne entrano nei manicomi non perché pericolose, ma perché eccedenti. Troppo tristi, troppo ribelli, troppo desideranti. Il manicomio diventa il rogo senza fiamme: silenzioso, pulito, scientifico.
Salem: l’eco che arriva fino a noi
Salem non è l’origine. È la coda lunga di una storia già scritta. In una comunità puritana, fragile, attraversata da paure sociali e religiose, il meccanismo si riattiva con precisione impressionante. Ancora una volta sono soprattutto donne a essere accusate. Ancora una volta il corpo diventa prova. Ancora una volta la confessione nasce dalla pressione, non dai fatti. Salem inquieta perché è recente. Documentata. Riconoscibile. Mostra quanto poco basti, anche in un contesto che si crede civile, per riattivare la macchina del sospetto.
Non è un’anomalia americana. È uno specchio.
Oggi: ciò che non è stato elaborato
Oggi non bruciamo donne. Ma molte continuano a essere medicalizzate invece che ascoltate, normalizzate invece che comprese. Il trauma storico non elaborato riaffiora sotto forma di ansia, depressione, dissociazione, difficoltà a occupare spazio nel mondo. La storia delle donne torturate non è finita. Ha cambiato linguaggio. Ma continua a porre la stessa domanda, secolare e intatta: quanto femminile può esistere senza essere punito?
Forse
Forse non erano streghe.
Forse non erano folli.
Forse non erano malate.
Forse erano portatrici di una memoria che dava fastidio.
E ogni epoca, quando non sa reggere una memoria, prova a distruggerla.
Prima con il fuoco.
Poi con la scienza.
Poi con il silenzio.
E ciò che non viene simbolizzato, come sempre, torna nei corpi delle figlie.
Egidio Francesco Cipriano
Note storiche essenziali
- Heinrich Kramer, Jakob Sprenger, Malleus Maleficarum, 1486.
- Silvia Federici, Calibano e la strega, Mimesis, 2004.
- Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica, Rizzoli.
- Jean-Martin Charcot, studi sull’isteria alla Salpêtrière, fine XIX sec.
- Franco Basaglia, L’istituzione negata, 1968.
- Documenti dei processi di Salem, Massachusetts, 1692–1693.










