
“The essential point is very simple. Don’t take life too seriously.”
— James Low
Ci sono frasi che sembrano slogan da tazza da colazione. Questa è una di quelle che, se la leggi male, ti fa venire voglia di rispondere: «Facile dirlo». E invece no. Questa frase non è un invito alla superficialità, è una dichiarazione di guerra all’identificazione.
Perché noi la vita non la viviamo: la interpretiamo. La appesantiamo di significati, la inchiodiamo a ruoli, la incartiamo in narrazioni rigide come bare di lusso. Io sono così. Tu sei cosà. Questo non doveva succedere. Questo doveva durare per sempre.
E mentre siamo occupati a prendere la vita terribilmente sul serio, lei ci passa accanto con la leggerezza di chi non chiede il permesso.
Prendere la vita troppo sul serio significa una cosa molto precisa: scambiare il flusso per una sentenza. Scambiare un’emozione per un’identità. Un pensiero per una verità. Un momento per un destino.
James Low — che non parla per frasi motivazionali ma per esperienza —
ci sta dicendo qualcosa di brutalmente semplice: il problema non è ciò che accade, ma il peso che gli metti addosso.
Noi soffriamo due volte. La prima perché qualcosa accade. La seconda — ed è quella più costosa — perché ci raccontiamo che non doveva accadere.
Non prendere la vita troppo sul serio non significa ridere sempre, né diventare cinici, né trasformarsi in spirituali da discount. Significa smettere di vivere come se ogni scena fosse definitiva. Come se ogni errore fosse un verdetto. Come se ogni relazione dovesse salvarci o condannarci.
C’è una serietà malata che si traveste da profondità. È quella di chi è sempre teso, sempre impegnato a “capire”, sempre a chiedersi cosa dice di lui quello che sta vivendo. Una serietà narcisistica, in fondo. Perché mette l’Io al centro di tutto,
anche del dolore.
Non prendere la vita troppo sul serio è un atto terapeutico. È la capacità di vedere che i pensieri sorgono e passano, che le emozioni si muovono come onde, che l’Io che difendiamo con tanta ferocia è spesso solo una storia raccontata troppe volte.
È una postura interna.
Un mezzo passo indietro.
Uno spazio che si apre.
Ed è lì che succede qualcosa di interessante: quando smetti di prendere la vita troppo sul serio, inizi a prenderla per quello che è.
Un’esperienza instabile.
Meravigliosa e crudele.
Intima e impersonale insieme.
Chi prende la vita troppo sul serio vuole controllarla. Chi smette, inizia a incontrarla.
E forse è questo il punto essenziale, davvero semplice: la vita non chiede di essere capita fino in fondo, chiede di essere attraversata. Con attenzione, sì. Con responsabilità, certo. Ma senza quella rigidità mortale che scambia il controllo per sicurezza.
Alla fine, non prendere la vita troppo sul serio è un atto di intelligenza emotiva profonda. E anche di umiltà. Perché implica riconoscere che non siamo il centro dell’universo, ma una delle sue tante, temporanee, bellissime increspature.
E se proprio dobbiamo prenderla sul serio, facciamolo così: con la serietà di chi sa ridere mentre tutto cambia.
Egidio Francesco Cipriano
Foto di valentinsimon0 da Pixabay
Fonti
Profilo e biografia ufficiale di James Low – dal sito che raccoglie informazioni essenziali sulla sua vita, formazione e insegnamenti nella tradizione Dzogchen.
https://simplybeing.co.uk/about-james-low-2/
Lo stato naturale dell’essere: testi della tradizione Dzogchen – raccolta di testi tradotti e commentati da James Low, utile per approfondire la sua prospettiva sulla natura della mente e l’esperienza non duale.









