Le regole per la sanità mentale le fanno gli esperti. Gli esperti sono anche quelli che hanno disegnato il mondo come è adesso.
E allora permettimi un dubbio, piccolo ma ostinato. Ti sei mai guardato intorno? Ti sembra un mondo sano o un mondo malato?
Qualunque sia la risposta, c’è un punto che resta inchiodato lì, come una verità scomoda: le regole della sanità mentale ti chiedono di adattarti a questo mondo, non di cambiarlo.
Se il mondo corre, tu devi reggere. Se il mondo schiaccia, tu devi essere resiliente. Se il mondo ti consuma, tu devi imparare a ricaricarti da solo, in silenzio, magari con una respirazione guidata. Non è prevista l’opzione di fermare la macchina. Solo quella di diventare abbastanza flessibile da non romperti mentre ti passa sopra.
Gli esperti misurano, catalogano, normalizzano. Stabiliscono soglie, scale, punteggi. Ti dicono quando sei dentro e quando sei fuori. Fuori dalla curva, fuori dal protocollo, fuori dall’umore accettabile. Ma quasi mai si chiedono a cosa ti stai adattando.
Perché adattarsi a un mondo malato non è guarire. È funzionare. È sopravvivere bene. È essere efficienti mentre ti svuoti, mentre impari a chiamare equilibrio una stanchezza cronica ben gestita.
La sanità mentale, oggi, spesso coincide con la capacità di non disturbare. Di non fare troppe domande. Di reggere ritmi disumani senza urlare. Di sorridere mentre ti parlano di benessere, flessibilità, mindfulness alle otto del mattino e produttività alle nove.
Chi soffre davvero, a volte, è solo uno che sente troppo. O sente prima. O sente qualcosa che non dovrebbe sentire, perché mette in crisi l’ordine delle cose. E allora diventa “fragile”, “disadattato”, “problematico”. Mai, per carità, lucido.
E allora sì, ascoltiamo pure gli esperti. Ma con una mano sul cuore e l’altra pronta a disobbedire.
Perché la vera follia non è crollare ogni tanto. È non crollare mai in un mondo che crolla di continuo e chiamarla salute.