
Poster della quinta e ultima stagione. // Netflix, Upside Down Pictures, 2025
Netflix ha battuto tutti i record con la quinta (e ultima) stagione di Stranger Things. Come riportato da Variety e Deadline,la serie ha raccolto il record di maggior numero di visualizzazioni – per un telefilm in lingua inglese su Netflix – sia nella settimana d’apertura che a Capodanno. Si parla rispettivamente di 59.6 e 31.5 milioni di visualizzazioni sulla piattaforma del gigante di Los Gatos. Per un occhio superficiale, sarebbe un’occasione da celebrare. Una serie di punta, giunta al decennale dall’uscita, chiude con successo commerciale il cerchio narrativo. È scampato il rischio di “strafare”, prolungando senza fine un telefilm.
Tuttavia, l’ultima stagione della serie dark/coming-of-age si è rivelata, purtroppo aggiungiamo, l’ennesimo esempio di come i risultati di mercato non corrispondano alla qualità dell’intrattenimento offerto. Il valore artistico non è necessariamente rispecchiato nel numero di visualizzazioni, di ore viste, di meme condivisi, di hype generata.
Parlare dell’insuccesso narrativo dell’ultima stagione è un fenomeno paradossale, quasi come il Sottosopra. Da una parte è facilissimo, dall’altra ha dell’inspiegabile. Partiamo, dunque, da ciò che è semplice. Senza mezzi termini, il disastro della quinta stagione di Stranger Things si può sintetizzare in un sintagma inglese: dumbing down. Con quest’espressione si indica un’eccessiva e intenzionale semplificazione di un contenuto culturale. Guardare Stranger Things 5, specie mettendola a confronto con la stagione immediatamente precedente e con la primissima di dieci anni fa, è sorprendente. Sembra, per la maggior parte del tempo su schermo, esser stata scritta per un’audience di infanti. Non utilizziamo la parola bambini, perché è molto probabile che anche un ragazzino di otto anni possa storcere il naso di fronte al finale della serie. Infante non è da intendersi in senso dispregiativo. Si tratta di chi, essendo in tenerissima età, non ha i mezzi né culturali né intellettuali per avvertire la bassa qualità di una produzione d’intrattenimento/artistica.

Ci si chiede, inoltre, se è un giusto metro per la qualità artistica di un’opera adeguarla intenzionalmente ad un’audience ampia e indefinita. Teniamo da parte questi pensieri per considerazioni di critica più complesse. Anche in riflessioni più semplici, come quelle che leggete, ci si chiede: non è la qualità oggettiva, l’originalità di un prodotto, che dovrebbe attrarre di per sé il pubblico? Forse il prodotto culturale dovrebbe essere come il dolce miele di un alveare produttivo, che per millenni ha spinto l’uomo a rischiare la salute per rubarlo, piuttosto che le briciole di crackers di bassa qualità lanciate a una folla di piccioni da un anziano disoccupato. Il fuoco rubato agli Dèi da Prometeo, piuttosto che le uova di un allevamento intensivo.
Purtroppo Stranger Things 5 è inquadrabile, in larghissima misura, nel secondo esempio. Il semplice è spiegare in che modo. Problema evidentissimo, prima di tutto, è la carenza di profondità. Dopo i toni quasi horror della quarta stagione, molto ben costruita, ci si aspettava una quinta stagione che poteva servire da apice drammatico dell’intera serie. Riprendere i nodi non era certamente facile. Negli ultimi minuti del finale di Stranger Things 4, infatti, si raggiunge un climax fortissimo. La battaglia finale, dopo innumerevoli morti e disastri (tutti ben costruiti, Billy, Eddie e soprattutto Max), era alle porte. Nella quinta, invece, la scrittura è a dir poco approssimativa. Il tono horror della precedente, magicamente, scompare. Al suo posto, si ha una sorta di commedia/avventura di basso livello, piena di non sequitur e personaggi dimenticati o, peggio, la cui credibilità e drammaticità è completamente distrutta.
Cosa è accaduto ai protagonisti? Sono tranquillamente a scuola o a casa, come se nulla fosse successo. Al massimo compiono qualche spedizione ricognitiva nel Sottosopra. Undici, in tutina da Star Trek, sembra che si stia allenando per le Olimpiadi piuttosto che esser intenta a preoccuparsi concretamente del disastro che il mondo sta per affrontare. Hopper e Joyce, finalmente insieme, sono ridotti a delle macchiette di supporto per la protagonista. Com’è possibile?
Dopo aver mostrato una madre quasi impazzita dal dolore per la scomparsa di un figlio e l’apparente morte del suo amato, si è scelto di abbassare un’attrice del calibro di Winona Ryder a una debolissima figura di supporto, consistente di “oh honey, it’s not your fault” e di mazze in mano. Da una donna eroica, piena di traumi e pathos, alla sagoma quasi di una vecchietta con la demenza che caccia via i gatti dall’uscio di casa. E i gatti sono i Demogorgoni. Non più dei mostri oscuri e tremendi, ma una sorta di cagnoloni plasticosi, di cui noi spesso assumiamo il POV, annullando qualsiasi sensazione di mistero e apprensione.
La situazione per Hopper è probabilmente ancora peggiore. Il personaggio più tormentato fra tutti (probabilmente persino più di Undici), il più denso dal punto di vista umano (ha perso drammaticamente la figlia e la moglie ed è nella prima stagione completamente alla deriva psicologica, bevendo e assumendo psicofarmaci), è diventato una sorta di allenatore di circuiti, completamente alla mercè dell’ego di Undici.
Quest’ultima poi, senza alcuna motivazione comprensibile, è passata dall’essere una ragazzina sconvolta dal suo passato e molto vicina emotivamente agli altri ad un’atleta narcisista e onnipotente (sconfigge Vecna senza alcun problema). Da essere deus-ex-machina credibile, eroina fallibile e incerta, è diventata una Überfrau, dai tratti quasi sadici (come nella scena dell’interrogatorio al soldato). Anche nei rari confronti heart-to-heart, che potrebbero riscattare questi personaggi dalla banalità in cui la produzione ha deciso di sommergerli, si finisce sempre in battutine stupide, e persino smorfie senza senso (basti vedere a cosa hanno costretto il povero David Harbour mentre Undici lo medica all’inizio del “crawl”).

Qualsiasi traccia di credibilità, di profondità, di complessità e – soprattutto – di umanità è scomparsa dai personaggi centrali. Sono dei meri mezzi per un fine: chiudere la stagione “alla grande”. Il problema è che il “modus” con cui si chiude una serie o un film è ancora più rilevante del “dove”, del “risultato narrativo” raggiunto.
E poi ci si chiede, si può pensare a un risultato narrativo più banale di quello della quinta stagione? Una battaglia con discutibili effetti CGI ambientali che dura qualche minuto, in cui (ancora una volta) il Mindflayer e Vecna sono ridotti a caricature. Non sono resi “solidi” per immortalare un finale memorabile, ma sono dei meri pupazzi – senza più mistero, senza alcuna oscurità – da sconfiggere a colpi di mitragliatrici, granate e spacconate. Un mix fra Rambo III e i peggiori film della Marvel.
L’arco narrativo di Max, dopo lo scioccante incontro con Vecna alla fine della quarta, non convince affatto. Si trova in una sorte di limbo nel sogno del cattivo. L’idea del limbo collegata al coma avrebbe senso se fosse resa, anche solo un pelo, con la giusta dose d’inquietudine dopo che Vecna le ha quasi fatto esplodere gli occhi e le ossa al termine della stagione precedente. Invece no. Di nuovo lo spettatore è di fronte a insensatezza e banalità. Il sogno è inspiegabilmente idilliaco, Max vive come una moderna Robinson Crusoe in una caverna in cui il cattivo non può entrare. La realizzazione visiva è, di nuovo, pessima. Colori washed-out, CGI piatta, rocce che sono evidentemente non-vere. Sembra, per le sezioni del sogno di Vecna, più di guardare la Melevisione che il finale epico di una serie dark decennale.
Potremmo andare avanti fino alla nausea. Lucas completamente annullato a “chi tiene accesa Kate Bush”, Dustin che passa in un attimo dalla depressione auto-lesionista per Eddie alla scanzonata genialità (sensata l’idea del pestaggio da parte degli ottusi amici di Jason Starver, ma poi… dove porta?), Will che “perché ha una connessione con Vecna” diventa out-of-the-blue Super Sayian di terzo livello, e via così.
Ci sono dei punti nella narrazione che si riscattano dalla banalità e l’incoerenza quasi onnipresenti. Pensiamo all’inizio del primo episodio che rimanda sia al periodo di Will nel Sottosopra che all’atmosfera feel-good delle colazioni della middle-class americana. Qui c’è un senso, c’è una continuità narrativa con le precedenti stagioni, c’è pathos e c’è una visione estetica ben realizzata. Da apprezzare è anche il modo in cui la serie, nel primo episodio, capovolga in un primo momento le aspettative di super-hype drammatica create al termine della precedente stagione. Pensiamo alla voce fuori campo di Robin alla radio. In questo non c’è una contraddizione con quanto detto all’inizio. Il problema è il modo in cui subito dopo la serie crolla nella banalità, con la normalità in cui Hawkins va avanti dopo “il terremoto” e con l’installazione serena dei militari nel cuore della cittadina. Allo stesso modo è degna di nota un’altra scena. Tolto il POV del Demogorgone, è apprezzabile il tono horror dell’attacco alla casa dei Wheeler. Il rapimento di Holly e l’attacco ai genitori (ignari fino a quel momento di tutti i pericoli sovrannaturali) è una bella idea. La paura per la sorte della bambina è inaspettata e repentina, ed immersa in un’atmosfera di tensione casalinga. Per un attimo sembra di essere tornati ai toni horror della prima stagione. Poi di nuovo la caduta nella pessima realizzazione. Holly si risveglia nel sogno di Vecna inspiegabilmente immemore dell’attacco ai genitori! Un’amnesia sottintesa? Non ci è dato saperlo. Mamma Wheeler, dal canto suo, ad un certo punto della stagione riacquista magicamente le forze per andare ad attaccare “i cattivi”. Del povero Ted Wheeler non ci è dato sapere la sorte della convalescenza. “Perdona e dimentica” non è un adagio da seguire alla lettera nella scrittura.
Facendo una somma: buchi di trama, incoerenze narrative, resa visiva pessima. Ma forse il fastidio maggiore, la banalità estrema, è data dalle continue battutine cringe sparse dall’inizio alla fine (“I hate The Clash”, “That’s like a Happy Meal”, “Santa Claus has good taste”) e l’ossessione per la spiegazione di ogni piano come se lo spettatore fosse un bimbo all’asilo. Si è riusciti ad annientare ogni profondità emotiva, ogni mistero, ogni traccia di credibilità narrativa.
Insomma, si è dinanzi a un disastro narrativo, psicologico ed estetico. Tutto ciò è di fronte a degli occhi critici. Occhi non da hater, ma persino da fan della serie che desidera un assetto qualitativo che renda giustizia all’identità della serie.

A conclusione di queste riflessioni, tentiamo di dare contezza del secondo aspetto anticipato all’inizio. Questo disastro ha dell’inspiegabile. Per quale motivo si è giunti a compromettere a tal punto una delle serie più seguite del decennio? Le ipotesi possono essere le più varie. È probabile una crisi creativa dei fratelli Duffer, insieme agli altri scrittori della serie. Forse, ci si è chiesti, la produzione Netflix ha scelto un target demografico diverso, di bambini. Ma quest’ipotesi contrasta coi dati anagrafici di chi – in larga misura – ha seguito Stranger Things (secondo il report di Nielsen il 59% degli spettatori della quinta stagione ha dai 18 ai 49 anni).
La verità, a parere di chi scrive, è probabilmente un’altra. La colpa è, in buona misura, nostra. La colpa è di chi non esige dei prodotti culturali (anche se di massa, come in questo caso) di livello. Netflix non potrebbe produrre qualcosa di simile senza aspettarsi che attecchisca al mercato di riferimento. L’importante è che la serie finisca, per molti. L’importante è qualche lacrimuccia sentimentale perché Undici sembra morire. E il contentino nel sollevare il dubbio che magari non sia scomparsa. Forse in fondo allo spettatore medio stanno bene il cringe continuo, le battutine anche nei momenti drammatici, i salvataggi senza alcun motivo (Jonathan e Nancy?), i buchi di trama, i colori sciatti, l’assenza di pathos.
Non vogliamo essere stimolati a pensare, ad immedesimarci nei personaggi, a riflettere sul mistero di una serie dark, vogliamo gli spiegoni da scuola materna uniti alle incoerenze narrative.
Se così non fosse non si spiegherebbero i voti positivi su Metacritic e Rotten Tomatoes, né l’esplosione di interesse per una gamma di serie blande e poco ispirate. Forse ci meritiamo il crollo qualitativo di una serie bella com’era Stranger Things. È il rischio che siamo disposti a correre pur di continuare a sostenere che “è il mercato che detta la cultura!”, e non l’opposto. Quando sono i creativi a sottomettersi alle esigenze di produzioni multimilionarie che inseguono solo i dollari ipotizzando – correttamente – un’audience media dai gusti mediocri, non si può non incorrere in disastri simili.
Prima di pretendere da Netflix un prodotto di qualità più elevata, forse dovremmo pretendere di più da noi stessi. Smettere di regalare soldi e views a serie e film mal realizzati e poco ispirati potrebbe scongiurare altri disastri simili. D’altronde, Netflix è a noi – a quanto pare – che dà ascolto.






