
Quando un indice diventa carne, e la parola trova il coraggio di stare in piedi
C’è un momento, prima che lo spettacolo cominci, in cui il teatro non è ancora teatro. È solo legno.
Un cerchio di luce che aspetta. Un respiro che non sa ancora a chi appartenere.
Un palco, mille storie nasce lì. Non da un’idea brillante, non da un progetto calcolato, ma da una sommatoria di voci che chiedevano — senza alzare la mano — di essere ascoltate. Voci già scritte, sì, ma non ancora incarnate. Voci che avevano bisogno di un corpo, di un tempo condiviso, di uno sguardo che le reggesse senza giudicarle.
L’origine è Monologhi contro versi. Un libro che non è una raccolta ordinata, ma un attraversamento. Lo dice già il suo indice: non capitoli, ma soglie. Dedica. Introduzione temporanea. Poi i monologhi — cinquantotto fenditure nell’umano — seguiti dai versi, dalle favole, dal contro. E infine il sipario, che non chiude ma rimanda.
Portare tutto questo in scena era impossibile. Ed è proprio da questa impossibilità che nasce lo spettacolo.
Dalla pagina al palco
L’indice di Monologhi contro versi non è una scaletta: è una cartografia emotiva. Ci sono i silenzi (Silenzi non violenti), le identità che resistono (Lei vive, Io sono io), il lavoro che segna i corpi (D’acciaio e di ghisa), la fame antica (Avete mangiato?, A stomaco vuoto), la fragilità che non chiede permesso (Sono borderline, e allora?), la colpa che ritorna (Il guitto e la colpa), l’impermanenza, l’inutilità sentita, l’amore storto, la presenza che manca anche quando resta.
E poi i versi: fame, assenza piena, confini, bardo, micelio, libertà obbligatorie. Parole che non spiegano, suonano.
E infine il Contro: favole, paradossi, storie che sembrano leggere e invece portano il peso delle cose vere. La marmellata triste, il tappo senza scopo, il villaggio che si addormenta sotto una macchina che sapeva fare tutto.
Un palco, mille storie prende solo una parte di questo universo. Ma non sceglie i testi “più belli” o “più rappresentabili”. Sceglie quelli che, messi uno accanto all’altro, si chiamano. Come se avessero deciso loro di stare insieme.
La scena come atto di ascolto
La regia di Antonello Conte non forza i testi, non li addomestica. Fa una cosa più rara: si fida. Lascia che le parole arrivino dove devono arrivare, con il passo che chiedono. Le fa passare nei corpi degli attori — Bruno Peluso, Marghe Buono, Ciro Fornari, Imma Naio — senza trasformarle in personaggi, ma in presenze.
Qui non c’è rappresentazione nel senso classico. C’è esposizione.
I “disturbi” non sono etichette cliniche. Sono esseri umani che parlano. Il narcisismo non è una moda da social: è uno specchio che non restituisce mai un volto vero. Il padre coperto di ghisa non è un simbolo: è un uomo che rientra a casa con l’amore nelle mani stanche e il silenzio addosso.
La Compagnia Teatrale Lino Conte, storica realtà del teatro tarantino, porta in scena tutto questo con una qualità che nasce dal tempo: dal conoscere la città, le sue ferite, la sua ironia, la sua capacità di resistere senza retorica. Taranto non è solo il luogo dello spettacolo. È una delle sue voci.
Il canto come filo invisibile
A tenere insieme i frammenti, come un respiro che ritorna, c’è la voce di Magda Palumbo. Non un accompagnamento. Un leitmotiv. Il canto entra quando la parola ha già fatto il suo lavoro e non può andare oltre. Tiene, cuce, sospende. È memoria e presente insieme. È amicizia antica che diventa gesto artistico. In scena, la musica non consola: ricorda.
Non un semplice spettacolo, ma un incontro
Un palco, mille storie non cerca consenso. Non cerca applausi facili. Chiede presenza. Chiede allo spettatore di fare una cosa semplice e difficilissima: restare. Ascoltare senza difendersi. Riconoscersi senza spiegarsi. Qualcuno ritroverà una frase che lo riguarda. Qualcun altro solo un silenzio. Va bene così.
Perché ogni storia, quando trova il suo palco, trova anche il suo spettatore. E ogni spettatore, se accetta l’incontro, scopre che quella storia — pur non essendo “sua” — gli appartiene.
Il 10 gennaio, al Teatro Padre Turoldo di Taranto, il cerchio di luce si accenderà. Il resto — come sempre — accadrà tra il palco e la platea. Nel punto fragile e potentissimo in cui la parola smette di essere scritta e diventa corpo che respira.
Egidio Francesco Cipriano
Informazioni
📍 Teatro Padre Turoldo – Taranto (Via Laclos 7)
📅 Sabato 10 gennaio 2026
🕘 Ore 21.00
🎟 Posto unico: 10 euro
📞 Info e prenotazioni: 3347338874 – 3427103959
Immagini di Egidio Francesco Cipriano e Compagnia Teatrale Lino Conte










