
A quattordici anni dalla sua scomparsa, il giornalista tarantino nel ricordo di un suo collega di redazione
Il collega Pino Lucaselli fumava come un turco e non portava mai il cappotto. Nemmeno a febbraio, quando il vento che viene dal mare ti taglia la faccia anche a Taranto. Camicia, maglioncino di cotone, al massimo un giubbottino leggero anche sullo scooter. Come se il freddo fosse un problema, ma degli altri.
È morto il 18 gennaio del 2012. Quattordici anni fa. E mi chiedo cosa penserebbe di questo mestiere oggi Pino, che il suo pezzo più breve era di 6000 battute. Del giornalismo ridotto a titoli e meme, delle redazioni svuotate, di tutti che scrivono e nessuno che legge più.
Quando se n’è andato, la crisi era già nell’aria. Ma eravamo convinti fosse una di quelle malattie da cui si guarisce, magari con qualche cicatrice ma si guarisce. Nessuno di noi immaginava che gli anni Novanta e gli inizi del Duemila – quelli dei milioni di copie cartacee vendute ogni giorno, delle redazioni che ronzavano – fossero finiti per sempre. Pensavamo a una forte crisi, invece era un nuovo tempo.
Ci siamo conosciuti nella redazione di Taranto del Corriere del Giorno di Puglia e Lucania intorno al 2000. Spesso toccava a noi la chiusura. Io di turno, lui ritardatario per vocazione. Gli piaceva la redazione quando si svuotava, quando il frastuono delle telefonate e delle tastiere lasciava spazio al silenzio. Aspettavamo insieme la mezzanotte, l’ora in cui la prima pagina partiva per la stampa. Il momento del “si stampi” al Proto, quello che è fatto è fatto. Se non c’erano morti ammazzati o notizie dell’ultima ora – Taranto in questo era molto generosa – in quelle due ore parlavamo di orologi. Era la nostra passione condivisa, una di quelle apparentemente futili che invece ti dicono tutto di una persona. Pino ne sapeva. Ora quella passione la condivido con suo figlio Milco, anche lui giornalista. Ricordo una delle ultime conversazioni: parlavamo degli orologi cinesi di qualità , quelli veri. Anche quello era un segnale – il mondo si spostava verso Oriente. Dopo la mezzanotte, qualche volta, c’erano le birre al Porto di mare. Un pub dove finivamo noi giornalisti del Corriere del Giorno e i marinai delle navi straniere. Taranto allora era il terzo scalo d’Italia. I camini dell’Ilva illuminavano la notte di arancione, Emilio Riva per molti era ancora il padrone della ferriera che dava lavoro. Nessuno pronunciava ancora le parole “Ambiente Svenduto”. Il cambiamento stava per travolgere, e non solo noi che facevamo quel mestiere in quella città . Ne avevamo la percezione: noi cronisti siamo come cani, a volte la notizia la sentiamo arrivare mettendo il naso all’insù.
Pino ha chiuso la sua vita come si chiude la prima pagina di un giornale, prima che tutto cambiasse. Tutto tranne la tarantinità , con quella sua identità fatta di contraddizioni che si tengono insieme – la voglia di cambiare e la rassegnazione, i riti religiosi mischiati con la politica locale, la bellezza e la rovina, il mare e l’acciaio. Quella non cambia. È lì a ricordarti che la verità sta sempre tra le righe di un buon pezzo, quasi mai nel titolo. Quando se n’è andato non era più al giornale. Teneva l’ufficio stampa dell’Asl.
L’ultima volta l’ho incrociato a ottobre o novembre del 2011, quando Taranto diventa la città più bella del mondo. Era il crepuscolo, l’ora che noi giornalisti conosciamo meno perché è quella in cui scriviamo, in cui siamo chini sulle tastiere a far quadrare i pezzi. Il sole calava sulla città e sul ponte girevole. “Dai Gianni, vediamoci presto”, mi disse. “Beviamo qualcosa così parliamo un po’. Ora devo andare”. Aveva fretta. O forse no, aveva un presagio. E io avrei dovuto insistere. Ci sono appuntamenti che rimandiamo pensando di avere sempre un’altra occasione. Poi scopri che il tempo non funziona così, che non è un orologio al quale puoi spostare le lancette. Se ne frega di te, di noi, dei rimandi.
Oggi mi chiedo ancora cosa penserebbe di questo mestiere così trasformato. Ma forse la domanda giusta è un’altra: cosa direbbe di noi, che siamo rimasti a fare i giornalisti in un mondo dove quella parola significa qualcosa di completamente diverso. Probabilmente accenderebbe una sigaretta, guarderebbe l’orologio e poi mi direbbe “Uagliò, stai facendo grande anche tu”. Come quella sera di ottobre, mentre il sole moriva sul mare e noi due forse – inconsciamente – sapevamo che era già troppo tardi per vederci presto.
Gianni Svaldi






