
Dopo aver celebrato il Santo Natale e con l’inizio del nuovo anno, è giunta l’ora di stendere un bilancio sulle azioni e i progressi compiuti dall’Unione ed i suoi leader. In sintesi, si può dire che questo non è certamente stato un anno felice. Le parole dell’ex Primo Ministro italiano Mario Draghi al meeting di Rimini del 22 agosto scorso ne sono una testimonianza:“Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno, in cui questa illusione è evaporata.”
A conferma di queste parole vengono considerati degli esempi: nella guerra in Ucraina i paesi europei siano stati i principali sostenitori economici, ma hanno avuto un “un ruolo abbastanza marginale nei negoziati per la pace”. Gli eventi di Gaza, dove la presidenza europea non ha intrapreso – non avendone il potere – alcuna azione incisiva (escludendo alcune dichiarazioni di condanna e di solidarietà volte solo a salvare la faccia in funzione delle future campagne elettorali). Tuttavia, il vero sintomo della mancata coesione in Europa si é tradotto nel fallimentare “accordo” per i dazi. In questo caso i paesi europei non hanno avuto la forza, o il coraggio, per uno scontro con gli Stati Uniti, obbligando la presidenza della Commissione alla difesa di una moltitudine di diversi interessi, spesso, in contrasto tra loro.
Questo non discolpa la Presidente Von der Leyen, che aveva comunque diverse opzioni, come le dimissioni o il rifiuto di firmare L’accordo. Lo stesso si può dire per i leader dei maggiori paesi europei, che non sono riusciti a trovare una quadra o a fare gioco comune neanche in questa circostanza. Se da un lato il piano di pace presentato dalla Casa Bianca segue il solco degli eventi appena citati, dall’altro mostra come i paesi europei, se uniti, possano porre un freno alle azioni del presidente Trump, difendendo parzialmente gli interessi comuni. Da qui sorge una interessante dicotomia tra gli europeisti più convinti, volti all’idea di una Europa federale per rispondere alla strategia del “divide et impera” impiegata da Trump e i nazionalisti, che si pongono come obbiettivo ideologico e politico la difesa della sovranità nazionale invocando una decentralizzazione da Bruxelles.
Infine, è presente una terza parte nel dibattito, favorevole ad una maggiore collaborazione a livello comunitario e dei singoli stati, ma dubbiosa sulla fattibilità di realizzare politiche comuni. Il ReArm Europe, che avrebbe dovuto rappresentare il primo passo per un Europa militarmente autosufficiente e unita sotto una unica egida, la difesa dei “valori comuni”, si è dimostrata fin da subito orfana di raziocinio, per via dell’assenza di una adeguata preparazione. Tanto per cominciare, il piano non tiene conto delle priorità dei singoli stati: come si può pretendere che gli obbiettivi strategici spagnoli, italiani o portoghesi siano gli stessi dei paesi Baltici e Polacchi?
Facendo però finta che questi effettivamente coincidano, la guerra in Ucraina ha dimostrato la difficoltà di far coesistere diversi sistemi d’arma con specifiche diverse, rallentando la capacità produttiva e di manutenzione dei singoli sistemi d’arma. In questa situazione, quella che doveva rappresentare la colonna portante della struttura diventa la sua stessa debolezza. Dunque, se la capacità operativa comune non è l’obbiettivo, è corretto assumere che questo rappresenti un tentativo di reindustrializzazione sulla base polacca. Non a caso, sono presenti numerose clausole di “preferenza europea”, così come l’obbligo di avere un prodotto finale composto per la maggior parte da componenti europee.
Il 25 giugno, però, i membri dei paesi NATO hanno sottoscritto un accordo in cui si impegnano ad aumentare progressivamente il budget della difese fino a portarlo al 5% (entro il 2035) al fine di migliorare le proprie capacità belliche. Inoltre, i singoli stati si trovano costretti a ribilanciare il proprio commercio con gli Stati Uniti per evitare dazi possibilmente ancora più dannosi. L’acquisto di armi statunitensi, made in USA, è l’unica opzione possibile rendendo di fatto vana o comunque meno impattante la strategia europea. Come riportato dallo stesso Draghi nel rapporto sulla competitività europea, questo sistema è dannoso per numerosi motivi, ma è palese come la stessa strategia fosse fallace fin dalla sua nascita.
I vari paesi europei non dispongono della capacità produttiva necessaria nel breve e medio termine: basti vedere che la Polonia ha scelto i carri armati K2 coreani (invece dei Leopard tedeschi) anche e soprattutto per la velocità di consegna degli stessi. Si dice che sbagliando si impara, ma pare proprio che questo non sia vero per la leadership europea, che ha commesso lo stesso errore del Green Deal non capendo l’importanza di avere le precondizioni per massimizzare l’impiego delle numerose risorse messe a disposizione. Ancora una volta, si è patita l’assenza di filiere pronte tecnologicamente, operativamente e industrialmente. Invece di provare a costituirle prendendo spunto dai sistemi più di successo, si è sottovalutato il problema sprecando risorse preziose che avrebbero potuto permettere di accorciare le distanze. In conclusione, è necessario domandarsi quanto tempo ancora e quante risorse vogliamo sprecare prima di trovare una soluzione.






