
Il 1° febbraio 1945 l’Italia firma uno dei suoi atti più importanti e, al tempo stesso, più tardivi: il Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 23 che riconosce alle donne il diritto di voto. Non è ancora la Repubblica, non c’è ancora la Costituzione, c’è un Paese spezzato dalla guerra, occupato, affamato, in macerie. Ed è proprio in quel vuoto di potere, in quella terra di mezzo tra monarchia e futuro, che qualcosa si incrina definitivamente: l’esclusione politica delle donne. È bene dirlo subito, per evitare celebrazioni facili: non fu una concessione illuminata, ma una necessità storica. Le donne avevano già dimostrato di essere parte attiva della vita civile, economica e persino militare del Paese. Avevano sostituito gli uomini al fronte nelle fabbriche, nei campi, negli uffici. Avevano fatto la Resistenza, curato, nascosto, combattuto, organizzato. Continuare a negare loro il voto sarebbe stato non solo ingiusto, ma politicamente indifendibile.
Eppure, l’Italia arriva tardi.
Un diritto spezzato in due tempi
Il decreto del 1945 non introduce subito il pieno suffragio. Le donne potranno votare alle elezioni amministrative, non ancora a quelle politiche. Il primo test avviene il 10 marzo 1946, nelle elezioni comunali. Solo il 2 giugno 1946, con il referendum tra Monarchia e Repubblica e l’elezione dell’Assemblea Costituente, le donne esercitano finalmente il diritto di voto politico. E non solo: ventuno donne entrano in Assemblea, partecipando direttamente alla scrittura della Costituzione. È un passaggio cruciale: la democrazia italiana nasce con le donne, ma non grazie a una visione anticipatrice. Nasce perché non può più farne a meno.
L’Italia nel contesto internazionale: non eravamo soli, ma nemmeno virtuosi
Se allarghiamo lo sguardo oltre i confini nazionali, il quadro si fa ancora più interessante – e meno autocelebrativo. Negli Stati Uniti, spesso considerati un modello democratico, le donne ottengono il diritto di voto nel 1920, con il XIX Emendamento. Ma è una vittoria parziale: per milioni di donne afroamericane il diritto resta sulla carta fino agli anni Sessanta, soffocato da segregazione, test di alfabetizzazione, intimidazioni. La democrazia, lì, ha sempre avuto un problema con l’universalità. In Unione Sovietica, invece, il diritto di voto alle donne arriva già nel 1917, subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Formalmente, uomini e donne sono uguali davanti alla legge. Ma il suffragio si esercita in un sistema a partito unico: il voto esiste, la scelta no. Un paradosso che ricorrerà anche altrove. La Cina, con la nascita della Repubblica Popolare nel 1949, sancisce immediatamente l’uguaglianza giuridica tra uomini e donne, compreso il diritto di voto. Ancora una volta, però, in un contesto privo di pluralismo politico. Caso emblematico è l’India: con l’indipendenza e la Costituzione del 1950, introduce direttamente il suffragio universale, senza fasi intermedie. Un Paese enorme, complesso, segnato da forti disuguaglianze sociali, che sul piano formale compie un gesto radicale e netto. L’Italia, in questo panorama, non è un’eccezione né un’avanguardia. È un Paese che arriva quando la storia ha già bussato più volte alla porta.
Esistono ancora Paesi dove le donne non possono votare?
Qui la risposta sorprende molti. Formalmente, oggi, quasi tutti gli Stati del mondo riconoscono alle donne il diritto di voto. L’unica eccezione chiara e indiscutibile è la Città del Vaticano, dove non esiste suffragio universale: il potere elettivo è riservato ai cardinali (maschi) che eleggono il Papa. Le donne, semplicemente, non votano perché lo Stato non prevede cittadini elettori. Esistono poi Stati come il Brunei, monarchia assoluta, dove non si tengono vere elezioni politiche: il problema non è il genere, ma l’assenza stessa di democrazia. Infine, ci sono Paesi dove il diritto di voto femminile esiste sulla carta, ma è fortemente limitato nella pratica: pressioni familiari, barriere culturali, violenze, esclusione dai registri elettorali. In alcune aree dell’Afghanistan, del Pakistan, o di contesti rurali e tribali in diversi Paesi, il voto femminile resta un diritto fragile, esposto, spesso pericoloso da esercitare. Questo ci ricorda una verità scomoda: il diritto di voto non è solo una norma giuridica, ma una condizione sociale. E senza condizioni concrete di libertà, resta una finzione.
Celebrare il 1° febbraio: memoria o alibi?
Celebrare il 1° febbraio 1945 ha senso solo se non lo trasformiamo in una cartolina storica. Quel giorno non racconta una vittoria definitiva, ma una crepa in un sistema che per secoli ha escluso metà della popolazione dalla cittadinanza politica. Racconta un potere che ha ceduto perché non poteva più reggere la contraddizione. Ricordarlo oggi significa anche interrogarsi su quanto pesa davvero il voto delle donne, su quanta rappresentanza reale esista, su quante forme di esclusione più sottili abbiano preso il posto di quelle esplicite. La storia ci insegna che i diritti non vengono concessi una volta per tutte: si allargano, si restringono, si svuotano. Il voto alle donne non è stato un dono. È stato il risultato di lotte, crisi, guerre, trasformazioni sociali. E come tutti i diritti conquistati così, può essere difeso solo mantenendo viva la memoria di quanto sia costato ottenerlo.
Il 1° febbraio non è una ricorrenza minore. È una domanda ancora aperta:
chi resta oggi fuori dalla piena cittadinanza, pur avendo formalmente diritto di entrarci?
Ed è lì che la storia smette di essere passato.
Egdio Francesco Cipriano
Note:
https://legislature.camera.it/cost_reg_funz/667/1157/1155/documentotesto.ASP
https://it.wikipedia.org/wiki/XIX_emendamento_della_Costituzione_degli_Stati_Uniti_d%27America
https://it.wikipedia.org/wiki/Donne_nella_rivoluzione_russa
Immagine AI










