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Messaggio per la Quaresima 2019 Dell’Arcivescovo metropolita di Taranto

S.E.R. Monsignor Filippo Santoro

Carissimi Fratelli e Sorelle,

ecco davanti a noi il tempo prezioso della Quaresima, che è innanzitutto un tempo di grazia in cui il Signore ci è vicino in modo particolare perché possiamo vivere la conversione mettendo in gioco la nostra libertà nel seguire Dio, purificando i nostri sentimenti, il nostro cuore, la nostra fede, alla scuola della Parola di Dio. La Quaresima è un periodo privilegiato per riorientare la nostra vita, per guardare con maggiore attenzione e impegno la “bussola” del nostro cristianesimo, per verificare la rotta della nostra navigazione, del nostro pellegrinaggio.

All’inizio del nostro anno pastorale già vi incoraggiavo a non essere fermi, sedentari, ma a mettervi in cammino e questo vale particolarmente all’inizio di questa Quaresima.

Non capiremo mai il piano di Dio sulla nostra vita, sulla nostra vocazione, fin quando non avremo accettato il suo invito ad uscire, ad alzare lo sguardo, a mettersi in cammino per guardare, come è successo con Abramo, oltre i confini della nostra tenda, della nostra sterilità e dalla finitezza dei nostri giorni, per assecondare la folle poesia di contare le stelle. «Poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza” (Gn 15,5)». È il Signore che ci prende per braccio e ci tira fuori dalla tenda, ci sceglie e ci chiama per realizzare il progetto di un popolo nuovo in mezzo a tutti i popoli della terra. Un popolo di discepoli in cammino. Senza l’uscita non è possibile contemplare il cielo delle promesse di Dio che si compiono sempre su strade misteriose ed inaspettate. (Omelia del pellegrinaggio diocesano a san Giovanni Rotondo, 8 settembre 2018)

L’Esodo quaresimale porta in sé non solo questo invito entusiasmante a uscire, ma anche l’urgenza di abbandonare ogni forma di schiavitù, come ha fatto il Signore, lasciando entrare in noi la sua Passione, Morte e Risurrezione, il dono prezioso e caro della libertà, il cammino di grazia che ci porta a diventare figli nel Figlio.

Per questo motivo l’inizio di ogni esodo porta in sé tante speranze insieme a tante inquietudini, come quelle che si continuano ad addensare sulla nostra città. Fin dall’inizio di questo messaggio, vorrei vi giungesse infatti, fratelli e sorelle, la nostra supplica di sempre, perché bisogna pregare senza mai stancarsi (cfr Lc 18,1-8) e dare tregua al cuore di Dio.

In questi giorni infatti ancora una volta si intensificano le legittime paure della nostra gente circa la situazione ambientale unita alle molteplici emergenze sociali che non possono non essere al centro delle nostre preghiere e delle nostre azioni. Quante volte il popolo di Israele peregrinante, e a volte convinto di essere errante e perso nel deserto, avrà scosso la testa, disilluso, stanco e pentito di essere uscito dietro quella destinazione della “terra promessa”. Anche noi proviamo grande amarezza quando sentiamo parlare di “promesse”, perché i processi sono tutti così lenti e farraginosi. Cosa possiamo dare in questa Quaresima alla città? Perché la Quaresima non è il tempo della mestizia e della rassegnazione, ma il tempo della fatica gioiosa di scavare le fondamenta alla speranza.

Nel dedalo intricato di azioni governative, politiche industriali, emergenze sanitarie, drammi sociali come la Chiesa getta le fondamenta della speranza? 
Noi dobbiamo continuare a tenere viva la lampada della fede che illumini la coscienza di ognuno per lavorare dal di dentro. Qual è il ruolo della Chiesa? Perseverare nell’insegnare a divenire figli di Dio. Infatti ci dice papa Francesco nel consueto messaggio quaresimale

«Se l’uomo vive da figlio di Dio, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo (cfr Rm 8,14) e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio, cominciando da quella inscritta nel suo cuore e nella natura, egli fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione. Per questo il creato – dice san Paolo – ha come un desiderio intensissimo che si manifestino i figli di Dio, che cioè quanti godono della grazia del mistero pasquale di Gesù ne vivano pienamente i frutti, destinati a raggiungere la loro compiuta maturazione nella redenzione dello stesso corpo umano.

Tutto il mondo attende e nelle richieste di aiuto di ogni singolo aiuto è decifrabile un’impazienza percepita e ascoltata da Dio.

«Questa “impazienza”, - continua il papa -  questa attesa del creato troverà compimento quando si manifesteranno i figli di Dio, cioè quando i cristiani e tutti gli uomini entreranno decisamente in questo “travaglio” che è la conversione. Tutta la creazione è chiamata, insieme a noi, a uscire «dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21).

Ci viene incontro con luce chiara il magistero di Papa Francesco nella Laudato Si’. Ancora una volta dobbiamo guardare a quella dimensione ecologica che abbraccia tutti gli ambiti della vita, è quella che egli definisce “ecologia integrale”. Tutto è connesso, ed è probabile che i tarantini conoscano bene questo concetto, anche se occorre trasformare la percezione negativa in processo virtuoso e positivo. Quando infatti si parla di “ambiente”, ci dice papa Francesco, si fa riferimento anche alla relazione tra la natura e la società che la abita. «Questo ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita. Siamo parte di essa e ne siamo compenetrati. Le ragioni per le quali un luogo viene inquinato richiedono un’analisi del funzionamento della società, della sua economia, del suo comportamento, dei suoi modi di comprendere la realtà. 

Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, e noi lo sappiamo bene ma una sola e complessa crisi socio-ambientale. Con lo stesso spirito l’ecologia integrale ci chiede di combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura» (LS 139).

Secondo Papa Francesco, bisogna, inoltre, integrare la storia, la cultura e salvaguardandone l’identità originale. «Perciò l’ecologia richiede anche la cura delle ricchezze culturali dell’umanità nel loro significato più ampio. In modo più diretto, chiede di prestare attenzione alle culture locali nel momento in cui si analizzano questioni legate all’ambiente, facendo dialogare il linguaggio tecnico-scientifico con il linguaggio popolare. È la cultura non solo intesa come i monumenti del passato, ma specialmente nel suo senso vivo, dinamico e partecipativo» (LS 143).

Quale occasione migliore nel ritrovare nella cifra della nostra devozione popolare, nel grande patrimonio di fede tarantina, il senso pieno dell’appartenenza di un popolo che sa ritrovarsi unito e compatto intorno ai simboli della nostra tradizione? Una tradizione viva capace di parlare ai giovani.   

Ancora una volta quindi la nostra fede non è scollata dalla vita concreta, dagli ambiti del nostro agire. «Occorrerà verificare che si produca un miglioramento integrale nella qualità della vita umana, e questo implica analizzare lo spazio in cui si svolge l’esistenza delle persone. Gli ambienti in cui viviamo influiscono sul nostro modo di vedere la vita, di sentire e di agire. Al tempo stesso, nella nostra stanza, nella nostra casa, nel nostro luogo di lavoro e nel nostro quartiere facciamo uso dell’ambiente per esprimere la nostra identità» (LS 147).

L’ecologia umana è poi «inseparabile» dalla nozione di bene comune, un principio che svolge un ruolo centrale e unificante nell’etica sociale, l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente. 

La Quaresima è fatta di gesti concreti in un cammino che è ancora lungo, ma bisogna dare un segno della strada che si vuol percorrere. Così il cambiamento è non solo del cuore, ma anche delle azioni e degli atteggiamenti in difesa della vita e della cura della casa comune. La quaresima è un tempo di sacrificio e di penitenza, ma anche di speranza per scrostare dal nostro cuore tutti i sedimenti delle povertà che abbiamo lasciato accumulare nel tempo. Così non pensiamo di risolvere l’enorme problema del rapporto tra ambiente , salute e lavoro, ma è un segno che richiama tutti a manifestazioni concrete del desiderio di cambiamento.

“Dio ci ha amato per primo” (1Gv 4,10), ma anche noi dobbiamo fare la nostra parte. E questo richiede da noi un lavoro più meticoloso ed approfondito per collaborare alla nostra liberazione. 

Tutto ciò opererà in noi la conversione. Ponendoci sulla stessa lunghezza d’onda di Dio avvertiremo davvero la grandezza della nostra vocazione e per uno slancio di convinta generosità interiore passeremo “da essere semplicemente dei battezzati a cristiani responsabili, cioè discepoli missionari”.

Il discepolo è colui che si pone in ascolto. Per ascoltare è necessario il dialogo (la preghiera) e la sosta nel silenzio affinché l’interlocutore ci trasmetta quanto porta nel cuore. La Quaresima, pertanto, ci vedrà impegnati non solo nei molteplici momenti di preghiera comunitaria ma anche e soprattutto ci solleciterà alla ricerca di tempi personali per metterci alla presenza del nostro Dio con la stessa amorosa fiducia di Samuele: “Parla, o Signore, che il tuo servo ti ascolta” (1Sam 3,10).

Il discepolato porta in sé una connotazione precipua: la pratica della carità. La Quaresima, quindi, è il tempo in cui penitenti convertiti, dopo aver ascoltato nel silenzio, torniamo, corroborati, sulla breccia della quotidianità per vivere il comandamento dell’amore; per incarnare la missione a cui siamo chiamati dall’eternità: la santità; quella semplice, feriale, senza ostentazioni: “la santità della porta accanto”.

La santità della porta accanto è “vivere il Vangelo in famiglia, insegnare i comandamenti e l’amore di Dio con il proprio esempio, fare il proprio lavoro con responsabilità, aiutare in parrocchia, essere sempre motivo di gioia per i fratelli e mai causa di sofferenza”.

Non si può parlare di Quaresima tralasciando anche il mistero del “combattimento spirituale”, perché attraverso le “armi della luce” il cristiano combatte il male a partire dalla propria conversione. Non si può parlare di Quaresima tralasciando anche il mistero del “combattimento spirituale”, perché attraverso le “armi della luce” il cristiano combatte il male a partire dalla propria conversione. Siamo quindi in un tempo di grazia, di lotta vigorosa e di speranza.

La Quaresima accenda in noi il fuoco della Passione di Dio e ci faccia vibrare in un bene concreto per i fratelli convinti fortemente che l’amore per i poveri sorpassa sempre e comunque ogni sacrificio e offerta di doni.

Buon cammino a tutti

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