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Simbolo di un sistema politico, nel suo insieme, disastrato

La bandiera esposta sul balcone della sede del PD in via Principe Amedeo (vedi foto) oggettivamente appare un po’ malandata. Troppo ghiotta l’occasione per non tirarne fuori un titolo ad effetto. Anche se ci rendiamo conto che il PD di Renzi con la gloriosa bandiera rossa delle lotte operaie (senza andare troppo oltre con la storia) non ha molto a che spartire (ovviamente è una nostra opinione) . Ma non solo. Quella bandiera è la rappresentazione di un sistema politico, nel suo insieme, che appare disastrato. E lo testimonia innanzitutto l’aumento esponenziale dell’astensionismo, comunque sia motivato. Oltre l’80% dell’elettorato non ha scelto il sindaco eletto; qualcuno ne avrebbe voluto un altro, altri, su dieci nominativi, non ne ha gradito alcuno. Quanto sta accadendo dal giorno della proclamazione del sindaco Melucci è la testimonianza di una politica che non è più politica; non più la rappresentazione di istanze collettive, ispirate dalla condivisione di valori, idee, principi, ma una sorta di continuo fronteggiarsi di gruppi di potere (forti o meno che siano), alla ricerca del raggiungimento di obiettivi personali o di piccole cerchie. Questo è, anche se nessuno lo ammetterà mai. E ciò avviene su tutti i fronti. E ovunque, non solo a Taranto. Se le nomine del sindaco hanno attratto l’attenzione di addetti ai lavori e di una parte della opinione pubblica, meno eclatante, ma ugualmente dirompente è il dibattito all’interno delle forze che le elezioni le hanno perse. Se avesse vinto il fronte opposto a Melucci, sul piano quantitativo non sarebbe cambiato nulla; il successo sarebbe venuto sempre da una quota minima di elettori. In particolare il confronto è apparso molto duro in Forza Italia; prima la querelle tra Tamburrano e Lospinuso, poi la presa di posizione di alcuni eletti e candidati del partito, che se la sono presa con Di Fonzo e Catania. Nel frattempo la candidata sindaco, Stefania Baldassari, è rimasta in silenzio, e di fatto sola, se si esclude il consigliere Nilo eletto con lei in consiglio. A debita distanza Tony Cannone, ma anche altre forze della coalizione si sono eclissate, come Direzione Italia, alle prese con una radicale riorganizzazione. Nei banchi delle opposizioni siederanno vari gruppi in ordine sparso, che difficilmente faranno squadra. Forza Italia farà gruppo a se; da capire cosa deciderà di Fare Cannone rispetto agli altri due eletti (Baldassari e Nilo). Poi i 5 Stelle che per definizione difficilmente faranno gruppo con gli altri. I due figli di Cito restano al momento un incognita viste anche le dichiarazioni del papà dopo il ballottaggio. I Verdi è difficile che trovino ragioni di intesa con coloro i quali non sono riusciti a legare nella fase elettorale. Se  questo è il quadro, abbastanza desolante della opposizione, la maggioranza si presenta in condizioni di equilibrio davvero precario. Certo le scelte del sindaco hanno creato non poco scompiglio, ma non va sottovalutato il fatto che il partito di maggioranza è comunque diviso; e lo era sin dall’inizio, quando si è registrato uno scontro all’ultimo sangue per la individuazione del candidato sindaco. In particolare ricordiamo il faccia a faccia tra i parlamentari Vico(renziano) e Pelillo(passato con Emiliano). Come spesso accade le elezioni hanno il potere di compattare la sinistra salvo poi far esplodere tutte le conflittualità il giorno dopo. La questione è tutta qui. Melucci non si è limitato a comporre una giunta di tecnici, ma ha inserito personaggi chiaramente collegati ad Emiliano, artefice dell’accordo con Bitetti, Sebastio e Brandimarte. Non si tratta di territorialità; se fossero venuti professori dalla Bocconi o dalla Normale di Pisa o dalla Luiss, o anche dalla nostra università degli studi, in ogni caso sganciati del tutto dai partiti, oggi racconteremmo altro. Di fatto la corrente del PD minoritaria a livello nazionale ha occupato palazzo di città. E questo è un grosso problema. Poi ci sono i mal di pancia di chi ha portato in dote a Melucci migliaia di voti. In rappresentanza di quei voti (tanti voti) rivendicano il diritto di essere almeno ascoltati. E c’è Bitetti; in teoria forza di maggioranza. Quattro consiglieri oggi, ma si dice che potrebbe aggiungersene un quinto. In ogni caso sarà determinate. Come lo è stato per la elezione di Melucci. Lunedì 31 luglio ci sarà il primo consiglio comunale; di sicuro non sarà uno dei più tranquilli. Il primo nodo sarà quello della elezione del presidente del consiglio comunale. Ciò che all’indomani della vittoria del centro sinistra appariva scontato non lo è più oggi. Così come non è scontato che il gruppo Bitetti sostenga il sindaco. Anche Liviano, il cui nome associamo a Dante Capriulo, con tutto il rispetto per l’autonomia di quest’ultimo, ha chiesto apertamente l’azzeramento delle nomine. Insomma non si comincia nel modo giusto. Altre forze della coalizione come i Socialisti e La Scelta hanno manifestato perplessità rispetto alla composizione della giunta, che vede peraltro un ex assessore del comune di Bari nelle vesti di vice sindaco! Uniche voci fuori dal coro quelle di Confindustria e Confcommercio; eccezioni che confermano la regola. All’orizzonte le elezioni politiche, elemento che, in attesa di capire con quale legge elettorale si andrà al voto, crea ulteriori motivi di fibrillazione. In tutto questo i cittadini, la maggioranza dei quali non ha alcun interesse per queste vicende, continua ad attendere che si risolva qualche problema, dei tanti che assillano la vita di ogni giorno. Di questo passo alle prossime elezioni andranno a votare solo i candidati. E, in fondo, è quello che la “casta” (politica e non) vuole, a dispetto di chi crede che il non voto sia una forma di protesta.

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