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 Calenda Meucci Emiliano

Proviamo ad uscire dagli schemi del confronto/scontro politico

Editoriale di Francesco Ruggieri

Caso Ilva: bene Melucci, un po’ meno Emiliano

In riferimento alla questione Ilva, si parla ormai insistentemente di conflitto istituzionale, ponendo in secondo piano il merito; questo perché siamo in presenza di un ricorso al Tar di Lecce da parte di due rappresentanti istituzionali, il presidente della regione Puglia e il sindaco di Taranto, contro il DPCM che disciplina il passaggio del gruppo industriale ad una cordata di imprenditori privati. In verità si parla anche di uno scontro politico, tutto interno al PARTITO DEMOCRATICO. Questa circostanza impedisce di valutare con la necessaria obiettività e serenità la situazione. Da un punto di vista giuridico nulla quaestio. Presidente della regione e sindaco rappresentano in termini esponenziali gli interessi dei cittadini; in teoria lo stesso ricorso poteva essere presentato da un singolo cittadino, da un’associazione, da chiunque sia parte interessata. Del resto si tratta di una procedura assolutamente legittima e prevista dal nostro ordinamento a tutela degli interessi soggettivi e collettivi. Il tribunale amministrativo valuta il ricorso e assume le decisioni del caso. Semplificando al massimo, la parte chiamata in causa, ha tutte le garanzie di difesa del proprio operato; se tale operato è esente da irregolarità, non vi è alcun motivo di preoccuparsi. Questo è il primo semplice interrogativo che il cittadino comune potrebbe porsi: se il DPCM è del tutto regolare, perché il governo insiste perché si ritiri il ricorso? La risposta è nei fatti; il sedersi ad un tavolo, ammettendo, dopo un lungo confronto, le rappresentanze istituzionali locali, dichiarando la disponibilità a intervenire per recepire le proposte di modifica, è già un ammettere che qualcosa in quel provvedimento è meritevole di essere integrato o del tutto modificato. Quando poi si dice che il DPCM non è tecnicamente modificabile visto l’imminente scioglimento delle Camere, allora si ha la conferma che l’azione posta in essere dai due enti locali è più che motivata. Se non ci fosse stato questo ricorso il territorio sarebbe stato sicuramente ignorato come è avvenuto del resto negli ultimi anni. Sul fatto che la città, ancora una volta, sarebbe stata tagliata fuori dalle decisioni sul suo futuro, riteniamo non ci sia alcun dubbio. Quindi bene ha fatto il sindaco Melucci. Perché diciamo bene Melucci, un po’ meno Emiliano? Il sindaco di Taranto è all’opera da soli sei mesi circa; nella sua veste privata di imprenditore avrebbe potuto tranquillamente operare altrimenti. Come iscritto al Partito Democratico, avrebbe anche potuto assecondare le decisioni del governo. Qualcuno potrebbe ipotizzare motivazioni di natura politica, riferibili alla sua adesione alla corrente Fronte Democratico; ciò però rientra in una sorta di processo alle intenzioni, che in questa fase non intendiamo considerare. Ben diversa è la posizione di Emiliano. Sono ormai più di due anni che è alla guida della regione Puglia, e, fatti alla mano, non risulta che abbia concretamente prodotto tante azioni a favore del territorio ionico, nonostante i molti annunci. La sua credibilità, quando parla della salute dei tarantini, si scontra con quella che è la realtà prodotta dai suoi due anni di conduzione ad interim dell’assessorato alla sanità regionale. In questo periodo abbiamo assistito solo a chiusure di reparti, a cominciare dai pronto soccorso, e ad un degrado complessivo dell’offerta sanitaria, dovuta alla carenza di risorse, nonostante il grande impegno di medici e operatori. Potremmo parlare anche di tante altre questioni come ad esempio quella dell’aeroporto Arlotta. Il Presidente ha avuto tutto il tempo per realizzare quel programma che in campagna elettorale ha più volte magnificato, tante volte nella città dei due mari. Ma i fatti non depongono a suo favore. Poi si potrebbe fare anche qualche riflessione sul costante rapporto conflittuale con l’area renziana del partito democratico. Ma restiamo al merito della questione. Se la posizione assunta dal sindaco Melucci ci trova concordi in linea di principio, soprattutto nella misura in cui si comincia finalmente a far sentire la voce della città, (vedremo poi se ascoltata) riteniamo che sul piano strategico sia mancato un maggior coinvolgimento di tutti i portatori di interesse del territorio. Alla fine è ciò che ultimamente Melucci aveva intenzione di fare, nel momento in cui ha ipotizzato di convocare tutte le parti sociali, rinviando però tale azione a data da destinarsi. La questione, infatti, oggi è comprendere cosa in realtà il territorio si attenda. Bisogna fare attenzione quando si parla di volontà della maggioranza; perché vi è una maggioranza in termini puramente quantitativi, ed una maggioranza che invece fa pesare la sua rilevanza sul piano sociale e soprattutto economico. Non meraviglia che gli imprenditori siano fortemente preoccupati e che si attendano una rapida soluzione della crisi; stessa cosa vale per i sindacati, con qualche eccezione, come quella dell’ USB che ha una visione diversa, più orientata a sostenere sul piano degli obiettivi l'azione del sindaco.  È di tutta evidenza che le questioni economiche, e di conseguenza occupazionali, siano un passo avanti rispetto a tutte le altre. Chi dovesse negare questa circostanza mente sapendo di mentire. Noi siamo fra quelli che vorrebbero una totale riconversione dell’economia tarantina; sappiamo che, realisticamente, ciò non è possibile nel breve periodo. E allora l’idea di un accordo di programma che definisca in modo chiaro i tempi per la piena attuazione dell’AIA, e comunque di ogni azione necessaria a ridurre al minimo (azzerare è utopia) l’impatto ambientale, è l’idea giusta. Ciò che conta è che si metta nero su bianco tempi, modalità, e soprattutto penalità; basta con le immunità. Noi continuiamo a chiederci quale possa essere l’interesse di un grosso gruppo internazionale per un’azienda che continua a macinare milioni su milioni di debiti, che ha messo in ginocchio un intero indotto, che richiede ingenti investimenti, che deve fare i conti con il mercato globale dell’acciaio, con un fabbisogno europeo abbondantemente saturato. Non abbiamo competenze per dare risposte a questo interrogativo, sappiamo comunque che al momento è difficile individuare migliori alternative (difficile ma in ogni caso non impossibile). Siamo convinti che alla fine una soluzione si troverà, speriamo solo che non sia il solito compromesso al ribasso; con Riva Taranto ha già dato, e tanto.

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